Archivio di gennaio 2010

26 gennaio ore 24: Effetto Notte – Radio2

http://www.rai.it/dl/Radio2/sito/PublishingBlock-9ec04370-56fe-420a-a558-01f651307e40.html

recensione Lost Highways (gennaio 2010)

C’è qualcosa di incredibilmente selvaggio nelle canzoni di Simona Gretchen, qualcosa di animale. Forse si chiama anima, forse rabbia. Nel suo primo LP, Simona Gretchen (all’anagrafe Simona Darchini) è più simile ad una temibile fiera piuttosto che alla 22enne faentina quale è.

Gretchen pensa troppo forte è un esordio folk-rock coerente e viscerale: senza alcuna remora, la giovane cantautrice spoglia la sua mente riversando un torrente di parole e pensieri in poco più di mezzora. Allo stesso tempo anche la musica e la forma canzone vengono svestite e riadornate in modo personale ed autentico.

Come è evidente in Alpha Ouverture e Le mie fate, i suoni ruvidi come il legno grezzo consentono alla voce della cantautrice di accecare con la sua caratteristica teatralità (concetto sintetizzato al meglio nell’immagine di copertina). Presto però la dolce melodia di Cera apre su nuovi orizzonti sinuosi e delicati. Il punto di incontro tra queste due differenti sonorità si trova nell’intensa Bianca in fondo al mare. Fino all’ultimo brano Simona Gretchen ha qualcosa da dire, qualche segreto da svelare, un’altra faccia della sua poliedrica espressività da mostrare. Tra il canto folk ed il reading poetico fluttua la bellissima Non trovo più le chiavi, figlia di Emidio Clementi e di Manuel Agnelli.

Sono tanti gli accostamenti possibili, senza mai però trovare l’incastro perfetto in quanto Simona Gretchen non è clone di nessuno. Certo è vero che il successo di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) ha spianato la strada ad un nuovo cantautorato che prima difficilmente riusciva a trovare spazio, tant’è vero che ora la sfida si gioca sulla capacità di reinventarsi, per non divenire vittime di se stessi. Simona Gretchen pare avere molte carte ancora da giocare e grandi possibilità di evolvere e mutare il suo stile e la sua musica in una crescita continua. La bellezza di questo disco si nasconde proprio nelle imperfezioni, volute e non, che affascinano ponendo in risalto le idee più che la forma.

Simona Gretchen è stata una splendida sorpresa che nel 2009 ha sparso i suoi semi, in questo nuovo anno pianterà radici, e ci auguriamo che nei prossimi anni possa sbocciare con sorprendenti fiori nuovi.

Emanuele Gessi

http://www.losthighways.it/2010/01/17/gretchen-pensa-troppo-forte-simona-gretchen/

recensione e brano in esclusiva su Italian Embassy (gennaio 2010)

A tratti percepisco tra indistinto brusio particolari in chiaro. Simona Gretchen ha 22 anni, ventidue, ma non lo diresti mai data l’esperienza che rivela Gretchen pensa troppo forte, il suo esordio targato Disco Dada: sono in effetti pensieri a voce alta, senza troppo editing o correzione di bozze, per un’autrice tanto cerebrale quanto viscerale, congiuntiva nel flusso. Una Ginevra di Marco aperta che ha ascoltato l’ipotesi di Giovanna Marini rock, per coloro che pensano che la donna-con-la-chitarra sia la Nannini o la Consoli che pure amai, o perché no la Turci ma allora anche le Bambole di Pezza.

Se a prima vista la prosa e l’ambito non vanno tanto per il sottile, addentrandosi nei testi e nelle variabili si percepisce un talento ancora tumultuoso, eruttivo, bulimico a volte, che se possiede idee chiare le confonde tra mille disturbi, una visione grigia ma non cupa, materica anche se lontana da qualsiasi forma di oppressione, datata e volta alle masse altèrnativ sebbene priva di quelle liturgie che ai rimastoni di casa nostra piacciono sempre un sacco. Per questi e altri motivi Gretchen pensa troppo forte sta più che a galla, nel suo non compiacere.

Cera canta una storia, come si faceva un tempo, e la musica smussa la propria ruvidità per lasciar spazio all’importanza delle parole senza respiro. Fockus inchioda e postula attenzione: N. fumava i suoi pacchetti e anche gli antidoti in commercio / non sai neanche se sembrare irriverente o irrilevante, gli archi di Due apprendisti la segnalano come la cantautrice alt folk che mancava all’Italia, chi la traduce con Le Luci della Centrale Elettrica non trova riscontri all’atto pratico. C’è politica e società, ma sui generis, e tanta personalità nel doppio senso di carisma e di sfera privata (Bianca in fondo al mare), l’apocalisse e lontane reminiscenze popolari negli arpeggi di seconda fila, quando gli amanti ripetevano il nome del sale … O nostre pelli al piano contraltare di Dino Fumaretto, la dolcezza di Vuota trasfigura nella solita inquietudine che definirei emiliana, stante la densità di produzioni analoghe che hanno invaso la penisola fin dagli anni Ottanta partendo dai suoi stessi paraggi, il quasi reading Non trovo più le chiavi dove tutti morimmo a stento, problematici.

Enver

http://www.italianembassy.it/?p=3217

recensione Rumore (gennaio 2010)

Quello che abbiamo tra le mani è un disco di debutto dai suoni ricercati e inediti. Quella a cui ci raffrontiamo è un’artista che sa bene miscelare il proprio background (qualsiasi esso sia!) e sa trasformarlo in farina del proprio sacco. Fin dalle prime battute si denota la profonda maturazione stilistica della giovane emiliana; una raccolta dove le parole in (abrasiva) lingua italiana si susseguono in un vortice di significati talvolta onirici (Le mie fate, Cera, Non trovo più le chiavi) talvolta più che concreti (Vuota, Fockus, O nostre pelli) che rendono Gretchen pensa troppo forte un degno discendente della scuola di pensiero del Consorzio Suonatori Indipendenti classe 1994, se ancora esistesse. Tirando le somme, pensassero tutti così forte che bel posto sarebbe l’Italia. Altro che aria fritta!

Giorgio Moltisanti

mini-live acustico @ redazione Il Mucchio (3 video)

I 3 video del mini-live acustico registrato alla redazione del Mucchio sono sul sito della rivista.

http://www.ilmucchio.it/player.php?path=simona_gretchen&video=46_124.flv&id=124&act=tutti

http://www.ilmucchio.it/player.php?path=simona_gretchen&video=46_125.flv&catid=46&id=124

http://www.ilmucchio.it/player.php?path=simona_gretchen&video=46_126.flv&catid=46&id=124

l’intervista sul sito di Rolling Stone

Quando e qual è stato il primo approccio alla musica?

Non potrei mai risalire alla prima volta che ho sentito un disco. Uno dei primi è stato di certo un album di Simon and Garfunkel, mia madre li ascoltava (e li ascolta) spesso. Risentire The sound of silence mi fa tuttora venire le lacrime agli occhi. A suonare invece ho cominciato a 11 o 12 anni, non ricordo con precisione. Ero attratta da chitarre e tastiere.

In quali band suonavi in precedenza e che ruolo ricoprivi? Quanto contano quelle esperienze allo stato attuale della tua arte?

Sono stata chitarrista di band indie-rock e punk. Poi bassista dei Karmica*, con i quali ho anche registrato un disco. Quelle esperienze mi hanno dato tantissimo: suonare molto dal vivo mi ha sicuramente temprato e dato le risorse per affrontare con maggior cognizione di causa ciò cui mi dedico ora. Ovviamente, non trattandosi di progetti di cui fossi io la mente, quel che non avevo mai fatto prima di decidere di diventare Simona Gretchen era scrivere testi. O sostenere un palco sola (cosa che poi mi sono trovata a fare nella stagione 2008/2009, portando nei pub e in qualche locale le mie canzoni e accompagnandomi con la chitarra).

Se dovessi dire un’artista al femminile che ti piace e di cui ti piacerebbe seguire le orme e una invece che non senti tua, quali nomi faresti?

Diciamo che le mie icone al femminile sono Nico, Pj Harvey e Patti Smith. In Italia la Carmen Consoli degli esordi e Nada. Ma non è questione di seguire le orme di nessuno: certamente mi hanno influenzato ma non sostengo, dicendo questo, che la mia musica o qualche aspetto in ciò che scrivo e canto mi avvicini a loro … idea presuntuosa e fuori luogo. Un percorso artistico che nel suo svolgimento negli anni mi ha deluso è stato per esempio quello di Alanis Morissette (senza nulla togliere a ciò che di buono e interessante ha prodotto: ho sempre pensato che il suo secondo disco sia un piccolo capolavoro).

Ti senti femminista nel tuo modo di pensare?

Sì. Ma nel rispondere mi trovo in uno stato assolutamente conflittuale, in quanto so perfettamente che questa risposta, comunque scegliessi di porla, potrebbe provocare infiniti fraintendimenti. Nei confronti di numerose donne sarei molto più spietata di tanto mondo maschilista. Penso che le donne dovrebbero preoccuparsi meno di difendersi dal mondo degli uomini e prendere maggiore coscienza di sé. Quando si combatte una battaglia per ottenere le stesse possibilità e lo stesso potere di un’altra parte (che, peraltro, non è un nemico) penso sia buona cosa partire da un lungo, infinito esame di quelli che sono stati -e a volte continuano ad essere- i propri errori. E sento l’eco di troppi luoghi comuni per pensare che questo sia mai stato fatto a sufficienza. Sono una femmi-cinica.

Che rapporto hai con l’altro sesso?

Adoro gli uomini. E mi sono accorta via via che il mio modo di ragionare, sia pure per sommi capi, si avvicina molto più al loro che a quello di gran parte del mondo femminile. Non sarà un caso che me ne sia sempre circondata anche in ciò che faccio artisticamente.

Dove nasce questa tua vena scura e ricca di tensione nei tuoi testi, nel senso, nasce una o più esperienze personali o è più frutto di un’osservazione della società di oggi?

L’esperienza personale ha decisamente dato vita a gran parte di ciò che ho scritto e registrato in questo mio primo disco. Non mi piace parlare esplicitamente della società, preferisco farlo implicitamente, per immagini. Preferisco evocarla che tentare di descriverla. Fockus è una scheggia impazzita di appena due minuti di durata che, all’interno di Gretchen pensa troppo forte, rappresenta un perfetto esempio di ciò che tento qui di esplicitare: a modo suo costituisce un’invettiva, un episodio di critica sociale, che va al di là di questioni prettamente personali.

Cosa ne pensi dei tuoi coetanei e dei giovani d’oggi e come pensi vivano questa situazione di crisi?

Mi viene da sorridere. Leggo: giovani d’oggi, e la tentazione di citare Manuel Agnelli e troncare qui (vedi traccia 18 di Hai paura del buio?) è forte, bisogna ammetterlo. Ma farei dell’ironia facile e mentirei, vendendo per semplice una questione che non lo è affatto. Vedo in realtà una spaccatura netta … : da un lato una massa informe di invertebrati, con difficoltà nel capire cosa vogliono/cercano e insicurezze spaventose, cosa che li trasforma in caricature di se stessi (come succede a certi artisti che non vogliono suicidarsi -artisticamente, s’intende … -, o a certi uomini di potere che mai lascerebbero la poltrona); dall’altro giovanissimi individui che mi sconvolgono con la loro lucidità (e ne parlo unicamente in termini di vivacità mentale/intellettuale … una mente lucida può essere anche la più tossica), e che lottano –beautiful losers?-, a modo loro, per non soccombere al vuoto.

Il tuo modo quasi declamatorio di cantare è stato a volte associato a quello di Giovanni Lindo Ferretti, altre a Vasco Brondi. Cosa ammiri dell’uno e cosa dell’altro?

Di Giovanni Lindo Ferretti: l’eleganza e la raffinatezza che in sé univa all’attitudine punk; l’incisività della voce e dei gesti. Di Vasco Brondi: la capacità e l’intelligenza che serve a parlare a molti, senza scendere a compromessi; l’efficacia di certe immagini che ha saputo evocare con fiumi di parole irruenti.

Ha senso per te oggi distinguere fra musica indipendente e mainstream? Quali sono per te oggi i canali in cui è possibile trovare spazio per la propria musica.

Ha senso, ma riguardo a questioni prettamente funzionali. Le differenze stanno al limite fra due circuiti differenti, uno mainstream e uno detto degli indipendenti. Offrono possibilità diverse e ciò dà all’artista l’opportunità di scegliere quali modalità siano le più consone a portare avanti il suo personalissimo percorso. Il fatto che queste differenze esistano, per quanto la separazione a livello teorico dei due ambiti si consideri ormai superata, può costituire un valore aggiunto, non per forza una questione cui porre rimedio. Io, il mio canale, l’ho trovato grazie all’incontro con un’etichetta indipendente che stava nascendo (Disco Dada Records). L’autoproduzione in senso totale e priva di supporti può condurre davvero solo in un caso su un milione a buoni risultati … né il supporto di una sovrastruttura, d’altro canto, li garantisce. Trovare spazio per la propria musica non dipende solo da strategie scelte a priori, ma da una serie di numerosi fattori che combinati in vario modo possono finire o meno per gettare luce su una novità.

Con quali musicisti ti piacerebbe un giorno suonare?

Sono troppi … Farò qualche nome italiano: Jacopo Battaglia (Zu), Andrea Appino (Zen Circus), Luca Ferrari (Verdena), Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35, etc.), Franz Valente (Il Teatro degli Orrori), Dino Fumaretto/Elia Billoni. Ovviamente si parla di sogni, trascurando completamente la realtà. Ma, esercizio della fantasia a parte, il vero sogno nel cassetto che avevo per il 2009 si è avverato: Nicola Manzan ha suonato nel mio disco. E al di là del valore aggiunto che ha dato a Gretchen pensa troppo forte, collaborare con lui è stato un vero piacere (e onore) per me.

Federico Guglielmi intervista Simona Gretchen su Il Mucchio (gennaio 2010)

Espressivo, graffiante, di grande carattere: Gretchen pensa troppo forte, debutto della ventiduenne romagnola, è una delle più belle sorprese degli ultimi anni di cantautorato rock italiano.

Quando hai composto i pezzi, e cosa ti bruciava dentro, al punto di spingerti a metterti in proprio, dopo aver suonato in alcune band?

I brani sono stati scritti da luglio 2008 a giugno 2009 eccetto Alpha Ouverture e Fockus, ai quali ho lavorato durante le registrazioni. Credo che a portarmi al percorso solistico sia stata la volontà di rimettermi in gioco in qualcosa di completamente diverso da ciò che avevo fatto fino ad allora. Chiuso il discorso con i Karmica* ero amareggiata per una serie di motivi, ma per niente rassegnata: ero consapevole di cosa non aveva funzionato e non volevo tentare di ricreare un progetto di quel tipo. Cominciavo poi a sentire il bisogno di proporre quello che forse era già pronto a essere sviscerato: percepivo di avere materiale per un disco mio, anche se non c’era nulla (o quasi) di pronto. Forse è stata una specie di scommessa. Tutta fra Simona e Gretchen, però.

Le tue canzoni sembrano rifarsi agli anni 90, in primis PJ Harvey e Giovanni Lindo Ferretti. Quali influenze, stilistiche e attitudinali, riconosci come importanti, per te?

Rimandano certamente a quelle esperienze, insieme a tante altre. Gruppi come Smashing Pumpkins, Pixies o Melvins, la scrittura di Leonard Cohen e di Patti Smith, la violenza del vecchio punk e del grunge, e soprattutto il segno indelebile lasciato dai primi Velvet Underground, e da una figura affascinante come Nico, sono stati imprescindibili.

Musicalmente ti poni in modo scarno e spigoloso: è una scelta artistica, o è la tua natura selvatica a non poter essere contenuta?

I due aspetti coincidono: quando ho preso coscienza di una certa predisposizione stilistica e l’ho accettata come tale, essa è diventata anche una scelta artistica vera e propria. Credo che la mia musica e il mio modo di scrivere siano spigolosi perché vogliono profondamente esserlo, e allo stesso tempo perché non potrebbero risultare diversi da così. La produzione artistica di Lorenzo Montanà, poi, è stata preziosa, perché mi ha sostenuta e valorizzata anche in questo senso.

I tuoi testi sono piuttosto visionari e, spesso, carichi di tensione. Cosa cerchi, attraverso essi, di esorcizzare?

Certi frammenti di realtà che sono impressi nella memoria e che miro contemporaneamente a conservare – o, meglio, non disperdere – e rendere più tollerabili. Più che a esorcizzare uno stato d’animo miro ad un certo tipo di catarsi, per me e per chi mi ascolta: non scrivo per sentirmi meglio, al limite per conoscermi meglio.

In che modo ti senti inserita nella tradizione delle nuove cantautrici italiane, e come – al contrario – pensi di esserne un elemento in qualche misura differente?

Preferirei non collocarmi in nessuna tradizione al femminile: ci sono parecchie nuove cantautrici, ma non mi sembrano loro a essere punti di traino del nostro panorama indie italiano. Per rapportarsi davvero alla scena occorrerebbe confrontarsi con un contesto più allargato. Temo che altrimenti rischieremmo seriamente di finire in cinque (donne) a guardarci male e nel frattempo gli altri duecento (uomini) a fare la Storia.

Sei già stata definita una specie di versione al femminile de Le Luci della Centrale Elettrica. Quali affinità e divergenze rilevi con Vasco Brondi e il suo mondo apocalittico?

Di sicuro lui ha saputo toccare tasti giusti (e dolenti) della mia e sua generazione, e parlandone si finisce sempre per farlo al plurale. Io per prima mi ritrovo a usare il noi. Non dovrebbe stupire più di tanto, poiché Le Luci canta di tutti coloro che sono parte di questi cazzo di anni zero. Penso che i nostri due mondi siano entrambi apocalittici, solo – forse – in modi diversi: lo scavarsi dentro di Brondi si trasforma in un grido popolare/generazionale di ampia portata, il mio è magari più introspettivo, sovraespone il corpo in fondo solo per penetrare più a fondo la mente. Se Brondi ci parla di noi qui si parla di individui, ma a una tale deriva da non essere immuni a una certa spersonalizzazione … però, pensandoci bene, dopo il Postmodernismo parlare di individui veri e propri – che sia io o Le Luci o chiunque altro a farlo, ovunque, risulterebbe per lo meno inopportuno. O no?

Federico Guglielmi

recensione BluRadioVeneto (dicembre 2009)

La scena italiana si è proprio emancipata dall’anglofilia e da quel provincialismo che per moltissimi anni l’ha caratterizzata in negativo. Oddio, non sarà proprio vero al 100%, però dischi come questo ormai sono quasi una regola, esiste anche da noi chi cerca di dire qualcosa di originale e soprattutto di farlo in autonomia.

Può piacere o no, Simona Gretchen, perché, a certi palati tra il mainstream ed il classico, le contorsioni urticanti della voce e dei suoni di questo disco suoneranno estranee. Noi del resto diciamo che proprio questa specificità è invece il valore aggiunto.

C’è certamente una tradizione alla quale la signora in questione rimanda. Ma è quella migliore dell’indie italiano: sicuramente quella, mutatis mutandis, dei capiscuola CCCP/CSI, anche se approcciata più scorticatamente e soprattutto al passo coi tempi, oltre la retorica citazionista troppo spesso esercitata da vari chierici ortodossi all’incontrario.

Piace poi che tutto ciò venga da una donna, in controtendenza rispetto agli usi nostrani.

Luciano Marcolin

http://bluradioveneto.it/recensioni/simona-gretchen-gretchen-pensa-troppo-forte