Archivio di febbraio 2010

Marco Renzi intervista Simona Gretchen per Audiodrome (febbraio 2010)

Ha da poco esordito con l’album Gretchen pensa troppo forte, che ha rappresentato una delle uscite più significative dell’anno 2009 e uno dei migliori esordi degli ultimi anni. Un disco urgente, aggressivo e al contempo introspettivo: una personalità e una portata artistica invidiabile per una ragazza di soli ventidue anni. Nell’intervista che ci ha gentilmente concesso, parleremo di lei, del suo lavoro e di altro ancora.

Buona lettura.

 Chi è Simona Gretchen e da dove deriva il cognome d’arte Gretchen?

Simona Gretchen è una cantautrice di 22 anni che ha visto uscire poco più di un mese fa il suo primo disco, Gretchen pensa troppo forte. E’ nata a Faenza, dove vive tuttora. Al momento il suo stato d’animo è conflittuale di fronte alle attenzioni che sta ricevendo. Per cui tace e risponde alla prossima domanda … Gretchen è il personaggio femminile che accompagna le vicende del Faust. L’ispirazione primaria è arrivata con l’ascolto di Gretchen am Spinnrade, lied di Schübert: Gretchen/Margherita canta il suo dolore che si sta trasformando in follia, e così facendo ci racconta il fascino oscuro del protagonista del romanzo di Goethe. Margherita mi affascina perché il suo personaggio, tanto quanto quello del Faust, è entrato in racconti antichissimi, nella letteratura e nel teatro. Con Schübert anche nella musica. Non si sa quando sia entrata a far parte della coscienza collettiva e in un certo senso è proprio questo a renderla immortale. Ho voluto recuperarne l’ombra allo stesso tempo per renderle onore e (s)drammatizzarne il contesto, trasformandola in un cognome/alter ego. Margherita è parte di ciò che faccio, come un’amica immaginaria che porta consiglio.

Quanto ti ha dato l’esperienza con i Karmica*? Perché hai deciso di fare un progetto tutto tuo?

Mi ha dato moltissimo, e spero di averlo trasmesso a chi come me ha condiviso quei mesi. Al di là delle questioni prettamente umane di cui poco importerà ai più, i Karmica* hanno rappresentato un passo fondamentale per me come musicista (per quanto mi fossi improvvisata al basso all’ultimo minuto, e proprio per dividere il palco con loro … ). Simona Gretchen è un progetto in cui per la prima volta mi ritrovo ad essere autrice dei testi, innanzitutto. Suonare mi dà più di qualsiasi altra cosa, ma sentivo di dovermi prima o poi cimentare con carta e penna. Inoltre avevo sempre suonato con band indie-rock e punk e ho scelto il cantautorato per percorrere una strada allora inesplorata. Forse è stato un modo di mettermi alla prova, in un certo senso. Certamente mi sono messa molto più in gioco in Gretchen pensa troppo forte che in qualsiasi altra cosa cui avessi messo mano in precedenza …

Il tuo disco ha avuto ottimi riscontri di critica: come ti senti di fronte a tutto ciò?

Cerco di sorridere. E cerco di non chiedermi se sia incredulità, gioia o isteria. Un cinismo innato mi salva dal crogiolarmi in questi positivissimi (lo sono, effettivamente) riscontri di critica. È un momento artisticamente molto felice, che rimarrà tale anche se dopodomani nessuno si stesse più occupando di ciò che faccio.

Nelle tue canzoni ho percepito molto l’influenza del cantautorato italiano più classico unito ai testi in stile CCCP e alla PJ Harvey più aggressiva: tu chi citeresti tra i tuoi principali ispiratori e ispiratrici?

Citerò volutamente nomi decisamente noti, tanto per essere concisa e fare allo stesso tempo una panoramica di ciò che mi ha accompagnato e certamente influenzato artisticamente: i nomi che hai fatto sono di certo parte di quella cerchia … aggiungerei Nico (e, a proposito, i Velvet Underground degli esordi), Leonard Cohen e De André fra i cantautori, Patti Smith; poi svariate band degli anni Novanta, passando dai Sonic Youth ai Radiohead, dal grunge dei Melvins alle Zucche di Corgan.

Al di là delle influenze passate, ti senti vicina a qualche cantautrice di oggi? Qualche collega a cui ruberesti un pregio e quale pregio.

Su di me ha avuto un impatto notevole un breve live-set di Beatrice Antolini cui ho avuto il piacere di assistere al Meeting delle Etichette Indipendenti. Un pregio? La sua incisività apparentemente priva di sforzo. La sua aria introversa che esplode sul palco e ti cattura. Essendo un episodio non proprio recente, non era ancora conosciuta quanto ora, e io l’avevo solo sentita nominare. Sembrava che violentasse la tastiera che suonava, teneva gli occhi spalancati e la sua voce era aggressiva, potente. La band la sosteneva nel suo essere corrosiva. Ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad un’artista dotata di una forza espressiva degna di poche (in Italia, per lo meno). Spero di rivederla presto e magari di stringerle la mano, prima o poi. Vi segnalo invece un angelo sceso dal cielo: Jess Bryant, delicatissima cantautrice folk di Londra.

Trovi appropriato l’uso del termine intimismo per descrivere i tuoi testi? Se no, quali aggettivi useresti tu?

Penso che lo sia. D’altra parte parlo di me, e lo faccio scavando più a fondo che posso. L’importante è che quell’intimismo non ci annebbi la mente andando al di là della sua funzione primaria, e rimanga ciò che qui vuole essere: un mezzo, una modalità per veicolare il discorso. Prendiamo un pezzo come Fockus: è innegabile che si tratti di una mia personalissima invettiva, ma non può non tirare in causa una serie di questioni che (per fortuna) abbracciano – o almeno, vorrebbero farlo – un contesto più ampio. C’è chi usa sé per parlare della realtà e chi usa quel che vede fuori per sviscerare ciò che ha evidentemente dentro. Insomma, si potrebbero percorrere tante strade, tutte legittime; questa è una delle possibili ed è la via che ho scelto scrivendo i brani del disco.

Ho trovato curioso il titolo del disco: intendi forse dire che sarebbe bene pensare di meno perché ci fa male?

Al contrario. Il fatto che pensare, d’altro canto, a volte non porti con sé solo piacere è un dato di fatto e degno di neppure molto interesse. Quel troppo, nel titolo del disco, è una sorta di monito, ma in realtà io invito a vivere ogni istante presente il più visceralmente, sinceramente e profondamente possibile. Gretchen dà l’esempio e lo fa, eccome. Qui forte si riferisce per me più all’intensità che alla velocità, per quanto includa (volutamente) entrambi i concetti. 

Grazie e complimenti per il tuo lavoro.

Grazie a te e ad Audiodrome.

http://www.audiodrome.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=5840

recensione Audioreview (gennaio 2010)

Una giovane esordiente, di appena ventidue anni, fa bene alla scena italiana, bisognosa di ricambi generazionali e al contempo di figure femminili che sono purtroppo tornate a scarseggiare. Simona Darchini, in arte Gretchen, riversa la sua urgenza comunicativa in un disco che suona urlo liberatorio, dichiarazione di difformità, esortazione alla riflessione. Gretchen pensa troppo forte, dunque, è un titolo altamente indicativo. Ex-bassista dei Karmica*, la songwriter di Faenza plasma un lavoro aspro e conciso, puntellato da chitarre sia elettriche che acustiche e da una voce tutt’altro che accomodante., prossima alla declamazione. Un disco dark nell’animo, che rivela un background a base di Leonard Cohen, Patti Smith, Velvet Underground, Nico e via dicendo. Un disco che fa venire in mente Confusa e felice di Carmen Consoli o Tregua di Cristina Donà, così come altri nomi dei Novanta italiani quali C.S.I., Marlene Kuntz, Massimo Volume oppure realtà recenti come Il Teatro degli orrori e Le luci della centrale elettrica. Tra rock tagliente (Alpha Ouverture, Fockus) e più pacati episodi dal retrogusto folkie (Bianca in fondo al mare, Vuota), i testi in italiano vanno a tratteggiare un immaginario intrigante e ben definito, parimenti autobiografico e crudo, contemporaneo nei suoi disagi esistenziali e fantasioso nell’affastellare immagini di fate, streghe e mostri alla It di Stephen King. La produzione artistica è di Lorenzo Montanà, mentre Nicola Manzan presta servizio al violino. Ci sono per forza di cose delle piccole acerbità, ma in tempi di affettati artifici un lavoro del genere  non può che essere lodato e fa senz’altro ben sperare. Pensiamo che la personalità non manchi, che un talento simile vada sostenuto. Ci sarà tempo per tutto.

Elena Raugei

“Il rock sfizioso di Simona Gretchen” – sul Corriere Mercantile (28 gennaio 2010)

Fra le sue influenze cita anche il mitico Fabrizio De André, ma ascoltando Gretchen pensa troppo forte le fascinazioni di Simona sono davvero tante: PJ Harvey, Cristina Donà, Patti Smith. Il suo è un indie-rock davvero sfizioso, dove musiche e testi si fondono bene, risultando, nel quadro generale, complementari e mai irritanti. Le canzoni della cantantessa romagnola (11 brani per quasi 34 minuti) destano interesse già al primo ascolto e sono garbatamente pretenziose, ma senza per questo apparire sfacciate. Il prossimo 20 febbraio, Simona Gretchen sarà a Genova per un doppio appuntamento: alle 18 sarà al Forum Fnac di via XX Settembre, mentre in serata (ore 22) sarà al Milk Club.

Francesco Casuscelli