Archivio di marzo 2010
recensione Mag-Music (marzo 2010)
Fabrizio De Andrè classificava gli uomini in due categorie: quelli che pensano e quelli che lasciano che siano gli altri a farlo. Simona Gretchen appartiene, senza dubbio, alla prima categoria.
La giovane cantautrice indie esordisce, in grande stile, con l’album Gretchen pensa troppo forte (dopo la precedente militanza come bassista nei Karmika*) prodotto artisticamente da Lorenzo Montanà (Tying Tiffany).
La Gretchen (personaggio femminile del Faust di Goethe e alter ego di Simona) dimostra una sferzante abilità cantautoriale attraverso disincantate introspezioni a tratti noise (Alpha Ouverture) che indagano un flusso di coscienza folkloristica (Le mie fate, Cera, Due apprendisti).
Riverberi austeri che si compiacciono di una poeticità viscerale come in O nostre pelli e Vuota (con Nicola Manzan/Bologna Violenta alla viola) e per i quali la Gretchen è spesso accomunata a Vasco Brondi nonostante un sé narrativo che continua a porla di fronte ad uno specchio, chiedendo alla propria proiezione Che cosa voleva questa donna che aveva gli occhi sempre accesi di una fiamma indecifrabile?.
Miria Colasante
http://www.magmusic.it/2010/03/26/simona-gretchen-gretchen-pensa-troppo-forte/
recensione Jam
Un buon esordio tra cupe atmosfere rock e cantautorato indie.
Non definiamola folk, anche se Simona è la classica cantautrice che inizia a suonare e a comporre canzoni giovanissima. Lei è molto più di così, e in Gretchen pensa troppo forte unisce talento da songwriter ad atmosfere ombrose, stridenti e distorte, che ricordano la prima PJ Harvey, ma anche i Sonic Youth in quanto a reiterazioni di basi ipnotiche e dissonanti. La ventiduenne di Faenza, ex Karmica*, sfoga in questo disco solista la sua vena acustica e mai banale. Tutto iniziò con l’ep Miss/Gretchen, sostenuto da Gianluca Lo Presti, che collaborerà poi anche alla stesura dell’album. Simona sa rigurgitare con naturalezza e ottimo istinto la migliore tradizione cantautorale italiana (Guccini ma anche De André paiono riverberare Due Apprendisti) rivista attraverso un suo personalissimo gusto da chanteuse ruvida e dissacrante. Potreste farvi un’opinione sbagliata declama in Bianca in fondo al mare, e continua: Se c’è una cosa che non tollero, è chi gioca a far l’ingenuo. La Gretchen usa la chitarra e la voce ora accarezzando ora schiaffeggiando, e non è mai indulgente, in primis con se stessa. Non può essere definita musicalmente punk-rock, ma la sua attitudine è comunque sfrontatamente sincera e realista al limite del paradosso. Non si fa mancare in ogni caso una vena di visionario romanticismo (Le mie fate), qualità che a poco più di vent’anni è necessario avere. Per il resto ci sarà il tempo, che penserà a trasmutare questa materia ancora grezza ma piena di promesse.
Barbara Volpi
recensione Buscadero
[…] Rimaniamo in territorio cantautorale al femminile col disco d’esordio di Simona Gretchen, ventidue anni e un passato come bassista dei Karmica*. Le canzoni di Gretchen pensa troppo forte (Disco Dada/Venus) sono una decisa boccata d’aria fresca per il panorama indie folk anche a dispetto di un’attitudine che porta la loro autrice a percorrere con predilezione sentieri oscuri e colmi di intensa emotività. Una delle cose che fin da subito la pone al centro dell’attenzione è la capacità di scrivere testi per nulla banali ed anzi capaci di scavare nel profondo. La musica, spesso scarna ma assolutamente mai sciatta – chitarre elettriche e acustiche, il piano, un violino – fa da fondale perfetto per le parole e per il cantato già piuttosto autorevole di Simona che, volendo banalizzare un po’, più che altro per darvi una specie d’indirizzo, ha tutte le carte in regola per bissare il successo de Le Luci Della Centrale Elettrica, proponendosi come suo credibile alter ego al femminile […]
Emanuele Gessi intervista Simona Gretchen per Lost Highways (marzo 2010)
Frammenti di realtà, troppo veri, troppo forti: intervista a Simona Gretchen
Sveglia alle 7.00 di un lavorativo martedì mattina. Accendo il computer per controllare la posta e trovo una e-mail inviata alle 4.37. Probabilmente a quell’ora vagavo in sogni che non ricordo. In quel buco nero che mi aveva inghiottito a mezzanotte e stava per risputarmi in pasto ad un nuovo giorno, proprio alle 4.37, l’insonne Simona Darchini aveva appena finito di rispondere alle mie domande via e-mail. La giovane cantautrice romagnola si apre a noi, ci presenta la misteriosa Simona Gretchen e ci parla del suo acclamato disco d’esordio, Gretchen pensa troppo forte. La profondità dei suoi brani è stata capace di conquistare pubblico e critica, e rispondendo a queste domande ci aiuta a conoscere meglio la sua musica.
Simona, il tuo è stato un esordio molto potente. Pochi esordi possono vantare recensioni ed attenzioni su riviste e giornali importanti come è successo. Ti aspettavi tutto questo?
No! Speravo in qualche buon riscontro, certo … ma non mi sarei mai potuta aspettare tutto ciò.
Il tuo rapporto con la musica come è nato? Simona Gretchen quando si è presentata a Simona Darchini?
Nell’estate del 2008. Simona Darchini stava un po’ a pezzi. Gretchen forse non esisterà affatto ma sa pur sempre essere un’ottima amica.
La scelta di esporti con il tuo nome singolo, e non quello di una band da cosa è dipesa?
Dal fatto che il progetto è mio. I testi e la musica sono miei. Mi andava di prendere al 100% le mie responsabilità. Che la cosa piacesse o venisse stroncata poco importava, semplicemente quel disco rappresentava me in quel momento, senza troppi ripensamenti.
I brani di Gretchen pensa troppo forte sono prima di tutto canzoni. La parola ha il suo peso. Talvolta si tratta di macigni. Quanta autobiografia c’è nelle tue narrazioni?
Le mie narrazioni sono totalmente autobiografiche. Parlo di me, di persone e cose intorno a me. Poi un paio di brani del disco raccontano di sogni notturni. Ma pure quelli sono veri, e altrettanto autobiografici.
Tu nasci come musicista: basso, se non sbaglio. Per un disco non basta però …
Ho suonato anche la chitarra, il basso e il piano nel disco. Direi che può bastare, no?
Preziosi sono stati poi gli interventi di Lorenzo Montanà, mio produttore artistico, Gianluca Lo Presti, Valentina Grotti e Nicola Manzan, che con la loro partecipazione hanno reso più ricco di colori Gretchen pensa troppo forte.
Come e quando è nata la collaborazione con Nicola Manzan?
L’ho conosciuto ad un concerto di Alessandro Grazian, che accompagnava al violino in tour. L’avevo visto altre volte dal vivo, con i Baustelle per esempio, ed ero, da molto prima, fan del suo progetto Bologna Violenta. Non c’è molto da dire … dopo un paio di volte che ci si vedeva in giro gli ho lasciato qualche brano da ascoltare dicendogli che mi sarebbe piaciuto se avesse suonato nel mio disco.
Con mio grande piacere -e stupore- ha accettato ed ha partecipato alle registrazioni di Vuota (alla viola), Cera e Due apprendisti (al violino).
Le canzoni di Gretchen pensa troppo forte a quando risalgono? Alcune di esse erano già presenti nel tuo primo ep …
L’ep era uscito a settembre del 2008. Alcuni brani sono stati in effetti stati scritti fra luglio e agosto di quell’anno. Altro materiale si è aggiunto nel corso dell’inverno. Un paio di brani, Alpha Ouverture e Fockus, addirittura in fase di registrazione del disco.
Spesso il tuo nome viene affiancato a quello di Vasco Brondi come in una sorta di competizione o parallelismo. Come reagisci all’accostamento di Simona Gretchen al lavoro di altri?
E’ sempre interessante riflettere sugli accostamenti che vengono fatti. Alcuni me li aspettavo, altri per nulla. Riguardo Vasco Brondi, penso che i nostri modi di scrivere siano molto diversi (a livello tecnico, soprattutto), ma ho apprezzato da subito il suo progetto. Credo ci accostino fondamentalmente per via dell’età (quasi la stessa) e il terreno comune sul quale ci muoviamo (questo cosiddetto cantautorato indie, più o meno contaminato da atmosfere noise). Non vedo invece motivo alcuno di competizione: se c’è una cosa che proprio non mi sembra, quella è riconoscerci uno copia dell’altro!
Stai girando in lungo ed in largo. Hai modo di vedere più chiaramente un ambiente che fino a poco tempo fa consideravi da una prospettiva opposta. Come ti sembra la famigerata scena indipendente? Senti di appartenerci?
La trovo piena di proposte interessanti. E’ l’unica scena possibile cui desidero appartenere. Credo poi stia alla critica e al pubblico decretare se io sia riuscita in qualche modo ad entrare a farne parte.
Canti a volte è più forte il pensiero di avere pensato qualcosa di vero. Cosa intendi con queste parole, che forse sono il fulcro del tuo intero album?
Intendo dire che esistono frammenti di realtà che intuiamo, a volte, senza saperli gestire: sono troppo pesanti, troppo veri, troppo forti. La cosa affascinante è riuscire ad accettarli, a convivere con loro.
Tutto il disco ruota effettivamente intorno a episodi o persone che mi hanno colpito al punto da affascinarmi e traumatizzarmi, in un certo senso, allo stesso tempo. Riuscire a viverle (e vivere quei momenti) intensamente, e senza uscirne pazzi, è forse ai miei occhi la sfida più intrigante.
Tra una data live e l’altra stanno già nascendo nuovi brani o per ora preferisci dedicarti completamente a raccogliere i frutti della pubblicazione del tuo primo album?
Più che altro, da quando è cominciata la promozione del disco, non ho un minuto di respiro o quasi. Ho qualche idea per il futuro, ma solo allo stato embrionale. Mi piace pensare al Presente.
Credi che il tuo fare musica abbia trovato definitivamente la propria strada, oppure sai che qualcosa cambierà? Ci sono nuove altre direzioni che ti stimolano od incuriosiscono?
Il proprio fare musica penso non dovrebbe mai e poi mai trovare una strada. Quella bisogna reinventarla continuamente, o si finisce per far della musica mestiere. E non è ciò che mi interessa.
Concepisco questo disco come a sé, svincolato da eventuali evoluzioni/involuzioni/sviluppi/percorsi e quant’altro. E se ce ne sarà un altro (o ci saranno mie partecipazioni in altri progetti, a nome Simona Gretchen o meno) prenderà la strada che gli si addice in quel momento.
Entrambi, in vesti differenti, siamo appassionati di musica ed oltre che crearla, immagino che tu ne ascolti anche molta. A volte mi capita di ascoltare musica ed accorgermi che questa è come se fosse sempre stata dentro di me, in una sorta di letargo. L’artista l’ha esternata, svegliando un angolo di me che non conoscevo. Ti è mai capitato di apprezzare talmente tanto un brano od un album, da sentirlo tuo?
Con qualche brano mi è capitato. Ma intendiamoci, il senso che do a questa esperienza è legata al fatto che qualcosa mi abbia dato tanto a livello emozionale da entrarci a capofitto e non riuscire a non pensarci per giorni, non a una sorta di presunzione per cui mi sarei sentita in grado di partorire qualcosa di simile.
Ascoltare per la prima volta brani come The aeroplane flies high o Dancing barefoot o 2+2=5 (The lukewarm), per esempio, è stata in questo senso un’esperienza indimenticabile.
Emanuele Gessi
http://www.losthighways.it/2010/03/08/intervista-simona-gretchen/
Francesco Casuscelli intervista Simona Gretchen sul Corriere Mercantile (febbraio 2010)
I pensieri di Gretchen
L’hanno accostata a Patti Smith, a PJ Harvey, e il suo esordio discografico –Gretchen pensa troppo forte- è diventato ben presto un piccolo caso nel panorama underground italiano, finendo per attirare le attenzioni della stampa specializzata che le ha tributato elogi e critiche estremamente positive. Simona Gretchen, romagnola, sabato sbarcherà per la prima volta a Genova per presentare il suo disco: alle 18 sarà alla Fnac di via XX Settembre, in serata (ore 22) al Milk Club. Due spettacoli distinti: uno più acustico, l’altro più rumoroso:
Alla Fnac – spiega l’artista – sarò con la mia chitarra acustica, mentre al Milk in trio e si tratterà di un concerto vero e proprio.
Di Genova cosa conosce?
E’ una città che ha sempre esercitato un notevole fascino su di me, anche se non l’ho mai vista da vicino. Sono molto curiosa.
Fra le sue influenze, la passione per Fabrizio De Andrè.
Il suo modo di scrivere è stato unico, mentre sotto l’aspetto sonoro ha svolto un grandioso lavoro di recupero musicale. Inoltre è uno dei pochi che è stato in grado di porsi sopra le righe senza patire censure o isolamenti.
Oggi c’è un nuovo Faber?
Difficile dirlo, anche perché personaggi come De Andrè sono destinati a essere unici. Se guardiamo però il panorama musicale, troviamo artisti impegnati a rinnovare il cantautorato senza scimmiottare i grandi miti del passato. In quest’ottica penso a Le Luci della Centrale Elettrica, che col suo modo innovativo di scrivere ha dato una bella scossa all’ambiente.
In una recente intervista ha detto che al momento il mio stato d’animo è conflittuale di fronte alle attenzioni che sto ricevendo. Cosa intendeva?
Conflittuale perché sono contemporaneamente felicissima dei riscontri positivi, ma per indole sono anche molto aggrappata alla realtà e so che tutto potrebbe cambiare da un momento all’altro.
L’hanno paragonata a mostri sacri come Patti Smith e PJ Harvey. Sensazioni?
Nel leggere certi parallelismi ho provato un immenso onore e un pizzico di imbarazzo. Anche perché parliamo di donne che hanno influenzato la mia vena artistica.
Che musica fa Simona Gretchen?
Musicalmente è un ibrido in cui convivono strutture tipiche del folk con fascinazioni punk, post punk, grunge e indie rock. I testi sono autobiografici ma immersi in un ambiente onirico, una sorta di realtà rielaborata. Nelle mie canzoni parlo di me e lo faccio scavando il più a fondo che posso.
E scavando cosa ha trovato alla fine?
Mi sono conosciuta meglio.
Pensare troppo forte è un pregio o un limite?
Pensare troppo forte è necessario, ma non significa chiudersi in se stessi, significa cercare di essere lucidi e capire ciò che realmente ci importa. Il mondo, purtroppo, è pieno di persone che non sanno nelle loro vite cosa ha valore, e cosa no.
Forse, in tal senso, la pigrizia gioca un ruolo importante. Che ne pensa?
C’è senza dubbio tanta pigrizia in certi comportamenti, ma credo che il punto sia un altro: pensare costa fatica, costa tanta fatica, significa fare sacrifici, mettersi in discussione e non tutti sono disposti a farlo. Così facendo, purtroppo, molti ignorano i benefici derivanti dalla ricerca di se stessi.
Francesco Casuscelli
Gianmarco Pari intervista Simona Gretchen su In-visibile Magazine (marzo 2010)
Simona Gretchen, pensiero forte
La critica musicale italiana si sta spellando le mani per Simona Gretchen, musicista faentina appena ventiduenne ma dotata di una stupefacente maturità compositiva rivelata nel suo debutto Gretchen pensa troppo forte. Piovono per lei paragoni un po’ scontati e fuori luogo, ma se anche la rivista rock Mucchio Selvaggio si sbilancia definendola Espressiva, graffiante, di grande carattere, una delle più belle sorprese degli ultimi anni di cantautorato rock italiano e visto che tale attenzione non nasce da operazioni di marketing di qualche grande casa discografica, né da scandali costruiti a tavolino allora ci viene il dubbio, mentre la intervistiamo, di essere al cospetto di un’artista di cui sentiremo parlare a lungo.
Il tuo debutto ha fatto il pieno di consensi tra stampa specializzata e addetti ai lavori, il pubblico come risponde?
Per il momento molto bene. Allo Spazio 211 di Torino c’erano 400 persone. Il pubblico in quell’occasione, come per esempio anche al Bronson di Ravenna o all’Arteria di Bologna, mi è sembrato molto attento. Ma le date che ci aspettano sono tante, mi piace tenere i piedi per terra e non dare mai nulla per scontato.
Critici e giornalisti non possono fare a meno di praticare lo sport del paragone, ti hanno accostata a Carmen Consoli, Cristina Donà e mille altre autrici. Così facendo non pensi si perda di vista la tua originalità?
Lo sport del paragone è legittimo. La critica fa il suo lavoro e nei confronti di questo disco si è dimostrata ben disposta oltre ogni mia aspettativa. Non mi sembra poi che sia passata più di tanto un’idea di scarsa originalità.
Perché pensi troppo forte?
Perché se non pensi troppo forte rischi di rimanere schiacciato da una serie di finti problemi e questioni irrisorie ma apparentemente insormontabili. Serve molta lucidità sulle effettive capacità della nostra mente e del nostro corpo e mi pare la perdiamo ogni giorno di più. Gretchen cerca di pensare forte per dare un piccolo e insignificante esempio. Non c’è nulla di etico dietro, al limite un invito alla riflessione.
Quali sono le tue influenze extramusicali?
La letteratura, contemporanea e non. Adoro romanzieri quali Bret Easton Ellis e Chuck Palahniuk, o poeti come Edoardo Sanguineti e Amelia Rosselli. Il teatro, poi, è un’altra mia grande passione. Certe rappresentazioni della Socìetas Raffaello Sanzio o un teorico come Artaud, mi hanno influenzata tanto quanto i dischi cui sono più legata.
I tuoi testi denotano un lirismo visionario poco propenso al conformismo, è una tua capacità letteraria o sono autobiografici?
Sono autobiografici. A proposito della mia capacità letteraria preferisco siano la stampa e gli addetti ai lavori a dire la loro.
Ti poni già il problema del secondo album?
Diciamo che mi faccio della domande. Di certo, se facessi un secondo disco, mi impegnerei per non ripetermi cercando di percorrere strade che non ho ancora esplorato. Ma non voglio neppure parlarne ora.
Come ti presenti sul palco in questo tour?
E’ un live elettrico e noise, che manda a tratti alla deriva la dimensione tipica del cantautorato.
Vivi ancora a Faenza?
Sì, insieme a un grandissimo amico. Con tanti libri e tanti dischi a farci compagnia.
Prevedi di andartene?
Non credo che rimarrò qui per sempre ma per ora va bene così. Se non fossi sempre di corsa e spesso lontano forse soffrirei di claustrofobia in una città come questa, che in effetti non amo particolarmente. Ma avendo parecchio a cui pensare e poco tempo per chiudermi in casa non mi lamento affatto. Almeno per ora.
Gianmarco Pari
sull’Annuario del Mucchio 2009 (gennaio 2010)
Una personalità notevole, quella di Simona Gretchen, come messo inequivocabilmente in luce da questo debutto solistico che segue l’esperienza formativa – anche discografica – vissuta come bassista dei Karmica*: undici episodi dalle strutture scarne ma quasi sempre sostenuti da una grinta e una ruvidezza di chiaro stampo rock, sviluppate in soluzioni chitarristiche per lo più abrasive, parole belle e profonde intonate / declamate con voce potente e duttile, atmosfere dove la luce stenta a insinuarsi tra ombre peraltro non (troppo) opprimenti. C’è già chi vede in lei una sorta di alter ego al femminile, con un assetto strumentale più ricco e policromo (alcune tracce, per esempio, sono impreziosite dal magico violino di Nicola Manzan), de Le Luci della Centrale Elettrica e non è così assurdo: anche lei è figlia di questi cazzo di anni Zero, benché la sua formula tragga per lo più linfa dallo scorso decennio e il suo approccio sia in realtà meno cantautorale di quanto possano far pensare, almeno di primo acchito, questi neppure trentaquattro minuti di musica libera e liberatoria. Ancora un po’ acerba, magari, ma senza dubbio vera e viva.
A noi, però, la ventiduenne romagnola fa pensare più alla PJ Harvey abrasiva di Dry, a una Patti Smith padana cresciuta con Ferretti invece che con Rimbaud, a un’eventuale versione selvatica della prima Cristina Donà. Un’artista che scrive, suona e canta con cuore e pancia oltre che con il cervello, efficacissima nell’evocare attraverso sonorità istintive e vibranti una vasta gamma di emozioni sempre intense. Non c’è un solo riempitivo, in Gretchen pensa troppo forte, e – anzi – è difficile trovarvi brani che non colpiscano subito con la loro graffiante piacevolezza, la loro inquietudine non compiaciuta di sé, la loro tensione che si alimenta (anche) di negatività ma che anela al positivo…e questo rende Simona Gretchen più di una promessa. Se non si perderà per strada, e se continuerà ad assecondare appieno la sua musa irrequieta e visionaria, è destinata ad accompagnarci – e probabilmente sorprenderci - ancora per molto tempo.
Federico Guglielmi
Brani chiave:
Le mie fate, Cera, Ieri
Altri tre dischi:
PJ Harvey, Dry
Patti Smith, Horses
Cristina Donà, Tregua
“Credo che la mia musica e il mio modo di scrivere siano spigolosi perché vogliono profondamente esserlo, e allo stesso tempo perché non potrebbero risultare diversi da così: quando ho preso coscienza di una certa predisposizione stilistica e l’ho accettata come tale, essa è diventata anche una scelta artistica vera e propria. Più che a esorcizzare uno stato d’animo miro a un certo tipo di catarsi: non scrivo per sentirmi meglio, al limite per conoscermi meglio … traducendo in canzoni frammenti di realtà che sono impressi nella memoria e che miro a rendere più tollerabili”
(Simona Gretchen)