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Mucchio Extra: 50 album di rock (in) italiano 2001-2010
Gretchen pensa troppo forte è sul Mucchio Extra, segnalato fra i 50 album fondamentali di rock (in) italiano dell’ultimo decennio.
[ ... ] la songwriter di Faenza asseconda un’incontenibile urgenza comunicativa e opta per soluzioni aspre, sghembe e tutt’altro che accomodanti, chitarre elettriche e acustiche, un canto vicino alla declamazione e liriche tendenti al dark [ ... ] un disco straordinariamente riflessivo nell’urlare la propria, orgogliosa difformità [ ... ]
L’intervista (DIY) su Headcleaner.eu
http://www.headcleaner.eu/wordpress/archives/2116/#more-2116
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recensione su Headcleaner
Patti Smith e Giovanni Lindo Ferretti un giorno si sono incontrati nei piani sottili e, vuoi per puro diletto, vuoi per emulare antiche divinità, hanno generato una creatura multiforme cui è stato dato il nome di Simona Gretchen! Quello che potrebbe sembrare l’incipit di una sceneggiatura fantasy di serie B è in realtà la sensazione che si prova ascoltando Gretchen pensa troppo forte, di Simona al secolo Darchini, di anni 24, da Faenza.
Suono un po’ lurido in stile Sonic Youth o C.S.I., ma senza batteria, Simona sputa versi ripetuti come un mantra ossessionante di orwelliana memoria, se non nel contenuto, certamente nell’effetto. Una cantilena elegiaca, immaginifica e potente, pura poesia che scartavetra le baleniere!
bountyD
recensione di “Venti e tre” su Mag-Music
Il debutto di Simona Gretchen raccolse buoni voti e belle parole da un po’ tutte le parti, critica e pubblico. Anche a me, dedito a tutt’altri registri sonori, l’album piacque non poco. Ma francamente, più che le canzoni, ciò che veramente risultava attraente era l’attitudine da punk del nuovo millennio, il nerume dark, la rabbia espressiva e quel suo modo di cantare e di esprimere il proprio pensiero che altri non ricorda che l’intellettualmente compianto Giovanni Lindo Ferretti.
Senza dubbio, il punto forte della Gretchen era e rimane la forte e sincera capacità espressiva. Quella capacità che, anche in questo sette pollici dall’enigmatico titolo Venti e tre, sembra non perdersi. Due soli brani: l’omonima Venti e tre e Venus in Furs, cover dei Velvet Underground. La prima, eccetto delle nervose chitarre in distorsione ed una batteria spacca timpani, si rifà allo stesso stratagemma che alzava alla gloria l’album d’esordio: quel carattere post-punk e il già citato cantato lacerante à la Ferretti, con quel ridondante repeat La mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve. La seconda, invece, mette allo scoperto la femminilità della Nostra, in una solenne ma sveglia ed introspettiva nenia da chitarra e voce accompagnate da battiti ancestrali e primitivi.
Che questa mini apparizione servisse a preparaci al prossimo album è ben chiaro, ma se la nostra paladina saprà aggiungere nei suoni quel picco d’originalità in più che qui ancora manca, beh allora sarà molto bello leggere ancora una volta i voti e le belle parole di cui sopra.
Davide Ingrosso
http://www.magmusic.it/2011/09/10/simona-gretchen-venti-e-tre/
“Generazioni”, tributo al Santo Niente, e “Canzoni della Notte e della Controra”, di Umberto Palazzo, su Rumore
Palazzo ristrutturato
Non possiamo dire che Generazioni, tributo per Disco Dada al Santo Niente, sia un destinato alla Storia. Eppure funziona. Qualche ottimo brano, qualche riempitivo. Fa parte del gioco nei dischi fatti più con il cuore che altro. Un lavoro che si ascolta però con piacere, per il valore dei singoli brani. Canzoni come Junkie (Simona Gretchen ammette, ironica: Potrei averla scritta io. Con anni di ritardo. E sicuramente peggio), Cuore di Puttana (per Dave, degli Zippo, la più adatta a ricordare quello che in Italia, nessuno ha avuto le palle di fare), Maelstrom (Amiamo in blocco [Sei na ru mo'no wa na 'i], sentenzia Igor dei Devocka), sono tanto radicate nei cuori degli indie che quasi potrei esserci anche io con la mia Nuove Cicatrici versione doccia. Luna Viola, qui ripresa da Giorgio Canali, è bellissima; ed è lui stesso a confessare che doveva essere in uno split SANTOFUOCO & ROSSONIENTE ma, purtroppo, visto che io e Umberto siamo dei cazzoni, non uscirà mai. E’ Aria, ulteriormente vitaminizzata da Lorenzo Montanà, Sono ormai anni che la suono, ci dice Tying Tiffany e Gianluca Lo Presti di Nevica Su Quattropuntozero (qui con una Elettricità molto 80′s) aggiunge: Nel ’97 a trent’anni suonati andavo ad ascoltarli nei centri sociali. Anni dopo lavoriamo fianco a fianco per questa release. Ecco, questo fa strano. Intanto Il Posto delle Cose da non Trovare (spolverata da Lilies On Mars) e Santuario (ipnotica con i CFF e il Nomade Venerabile) ci ronzano ancora in testa. Uno schiaffo morale, come ci suggerisce Ilenia Volpe, che ben rappresenta la sottesa importanza d’un disco così.
Giorgio Moltisanti
[Rumore, sett 2011, p. 78, dove trovate anche la recensione al nuovo disco di Umberto Palazzo, Canzoni della Notte e della Controra, Disco Dada]
“Venti e tre” su Shiver: la critica si sdoppia
[la stroncatura di Max Sannella e la replica di Simona Cannì apparse su Shiver]
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Avevo già ascoltato il precedente Gretchen pensa troppo forte, ma non c’era stato nulla da fare. Mettiamola così, può darsi che sia un nuovo caso, magari la piega sversata dell’indie o la rivolta dei sensi che evocano paradossi e trucioli di pensieri ermetici, ma questa Simona Gretchen, rockeuse from Faenza, non convince per definizione, lascia indifferente sebbene premiata dal Mucchio e osannata da penne in cerca di rassicurazioni e conferme assolute, e Venti e tre è il vinile sette pollici appena uscito e tirato in sole 500 copie, contiene due sole canzoni Venti e tre e, sul lato b – si è scomodati pure i Velvet Underground nella cover di Venus in furs; non che le qualità della Gretchen siano spompate al di qua del post-moderno travestito da post rock, ma non creano quel semiotico paradosso abbastanza grosso da far urlare alla miracolistica express o all’evocazione delirante di una nuova maledetta che tra filosofia e pedaliere ci può turbare le notti elettro-insonni. Quel che abbiamo invece sottomano, più che un asettico esercizio stilistico – ovviamente di origini e derivazioni altre e non proprie – sembra un prova atonica, di quelle che si registrano in cameretta sognando di essere star sui grandi palchi, quel limbo atmosferico che – ripeto nonostante gli sforzi – cerca di nascondere una palese mancanza di creatività dietro lo sfoggio di una serietà psichedelica e rude. L’artista Gretchen è ansiosa, trasmette turbamenti e paranoie, una specie di manna al contrario di divagazioni ombrose, bui presagi e torbide sensazioni, un senso ripetitivo d’angosce che in Venti e tre viene gettato in pasto a chitarre compresse, distorte dietro un parlato sloganistico, ossessivo, mentre Venus in furs diventa un mantra medievale cantato da una Tori Amos sotto effetto di funghetti allucinogeni. No, proprio non ci siamo, o meglio Simona Gretchen non c’è, è una delle tante eroine per caso che pullulano e fanno cucù dal di sotto dell’underground per provare a fare sensazione, mentre - in controcanto – non fanno altro che favorire l’auto-illusione di se stesse e di tante mediocri imitatrici. Rock is dead? No, ma se si va avanti così l’ossigeno è vitale!
Max Sannella
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Non è vero che per fare un cantautorato maturo, che non si lasci trascinare in ingenui inni generazionali, incerte dissolvenze di amori andati a male e maledizioni wicca contro il sistema su cui è impresso il tessuto sociale, è necessario aver oltrepassato i trentacinque anni e almeno il terzo disco, ammesso che il secondo sia riuscito a sopravvivere agli stroncamenti della critica. Simona Gretchen a 22 anni e al suo album di debutto Gretchen pensa troppo forteha dimostrato di essere perfettamente in linea con l’idea di un songwriting nato adulto, che non rimane incastrato tra le maglie di una perpetua sindrome da peter-pan e che esula assolutamente i temi e gli stilemi della scrittura al femminile, spesso troppo incazzata e solo superficialmente. Nell’attesa del suo secondo album, Simona Darchini ci tiene all’erta con un vinile 7’’ a tiratura limitata dal titolo Venti e tre, con un brano per lato: la title-track e la cover di Venus in furs dei Velvet Underground, forse per non smentire gli echi dei paragoni con Nico e sconfessare, invece, quelli con Cristina Donà. In Venti e tre, mantiene diretto il legame con Gretchen pensa troppo forte, ma sembra, in qualche modo, voler trascendere il passato attraverso il superamento a una seconda fase del suo percorso da cantautrice, probabilmente dato anche dalla velocità con cui a vent’anni cambiano le cose e di come le responsabilità colgano di sorpresa. Il brano, infatti, oltre a recitare fino all’oblio la mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve, quasi a suggellare la riservata capacità della Darchini di saper distinguere i diversi gradi dei percorsi di formazione personale, anche musicalmente sembra diluire con ancor maggiore destrezza i suoni e le sue chitarre distorte, che tanto ci avevano costretto a batter piede e a dimenare il capo nel precedente album. La Venus in furs della faentina è tutt’altro che scontata, nonostante tenga fede al carattere forte e marcato che distingue la sua vena cantautorale; la sua rivisitazione, infatti, sottolinea gli aspetti più eterei del brano dei Velvet Underground con doppie voci e ritmi minimali. Venti e tre è una porta aperta verso il futuro della giovane cantautrice, che spero non si faccia attendere ancora molto per l’uscita del nuovo album e non deluda le altissime aspettative poste su di lei, perché Simona Gretchen è un’indisciplinata sorpresa nel panorama musicale italiano e non deve smettere di pensare troppo forte.
Simona Cannì
“Venti e tre”: Marco Renzi su Audiodrome
Ritorna e lo fa con una doppietta.
Non con un doppio disco ma con due canzoni. Eh sì, perché dopo l’ottimo Gretchen pensa troppo forte ci voleva qualcosa per stemperare l’attesa di un nuovo lavoro di Simona Darchini, qualcosa che facesse da spartiacque, per dare a intendere questo: l’esordio non è stato un colpo di fortuna. Già, perché il brano Venti e tre torna a mettere in evidenza tutte le capacità della cantautrice romagnola. Un pezzo pieno di rumore, un fluire di parole declamate à la Ferretti ma con attitudine da Polly Jean Harvey. Parole che, nonostante il loro essere introspettive, mettono in gioco una grande forza politica, se proprio si vuol scomodare un termine controverso, troppo spesso usato a sproposito (e qualcuno accuserà pure me d’aver scritto una cazzata, ma pazienza). Chitarre ruvide ed abrasive, ritmiche a tratti ossessive: Rock nella più pura accezione del termine, e una piccola esplosione che coinvolge meno di due minuti del nostro tempo e dalla quale è difficile non rimanere quantomeno colpiti.
Fa capolino poi una cover molto coraggiosa. Si tratta di Venus in furs, a firma Velvet Underground. Confrontarsi anche con la peggior canzone scritta da Lou Reed deve essere un compito a dir poco arduo: figuriamoci con una delle migliori, tratta dal disco con la Banana. La versione di Simona non stravolge l’originale ma la omaggia, e lei riesce anche a renderla un po’ sua. Una piacevole dichiarazione d’amore verso un gruppo sempre citato tra le principali influenze della musicista in questione.
Il voto non potrà essere elevato perché con due canzoni, di cui una sola autografa, non ci si può sbilanciare più di tanto. Senz’altro, se questo livello verrà mantenuto nel prossimo, eventuale album, non c’è che d’attendere speranzosi. Mezza stella in più.
Marco Renzi
http://www.audiodrome.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=7754
“Venti e tre”: la recensione di Denis Prinzio su Indie-eye
A soli ventidue anni d’età, con Gretchen pensa troppo forte, l’emiliana Simona Gretchen aveva fatto il botto nel mondo della musica indipendente italiana: disco centratissimo, convincente in tutta la sua durata e clamorosamente sul pezzo (un po’ come successo con l’esordio di Vasco Brondi, aka Le luci della centrale elettrica) che aveva suscitato paragoni importanti ed ingombranti: PJ Harvey, Patti Smith, Cristina Donà, solo per citarne alcuni, proiettando la Gretchen nell’olimpo delle nuove indie-promesse. L’attesa per il secondo disco dunque è abbastanza intensa: con questo EP di due pezzi la nostra giovane musicista prova a stemperare un po’ tensione e aspettative. Venti e tre, il brano che dà il titolo al lavoro, mantiene saldo il legame con il sound del disco d’esordio: sonorità post-punk abrasive e scorticate, voce declamatoria di ferrettiana memoria, a conferma che ci si trova di fronte ad una musicista dal background prettamente esterofilo, poco incline a farsi catalogare nel settore cantautori italiani alternativi. Ulteriore indizio a costruzione della prova è la cover della celeberrima Venus in furs; qui però la Gretchen adotta registri più soffusi e dai toni maggiormente elegiachi, sfiorando l’estetica di personaggi come Tori Amos e, azzardo, una Diamanda Galas pacificata. Due brani che confermano il notevole talento e la trasversalità della giovane Simona; attendiamo fiduciosi il disco.
Denis Prinzio
“Generazioni”: è uscito l’omaggio al Santo Niente
Alla compilation/tributo, pubblicato da Disco Dada, hanno preso parte Simona Gretchen, La Mela e Newton, Giorgio Canali & Rossofuoco, Ilenia Volpe, Tying Tiffany, Lilies on Mars, Spiral69, Nevica su Quattropuntozero, Zippo, Luminal e tanti altri.
Per ordinarne una copia scrivete a magmusicstaff@gmail.com.
Per saperne di più e per ascoltare tutti i brani in streaming vedi:
http://www.magmusic.it/2011/05/20/generazioni-un-omaggio-al-santo-niente/
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Recensione di Claudio Lancia su OndaRock:
Un tributo a chi?
C’è chi sogghigna, chi resta incredulo, chi sostiene come oramai l’industria musicale non sappia più cosa spremere. Però andiamoci piano, la figura di Umberto Palazzo è assolutamente centrale nel panorama indipendente del nostro minuscolo e problematico staterello.
Umberto Palazzo è stato (con Emidio Clementi, Vittoria Burattini e Gabriele Ceci) il membro fondatore dei Massimo Volume: già questo potrebbe bastare per farlo entrare nel gotha della musica che conta. Anzi, gli stessi Massimo Volume lo hanno sempre riconosciuto come vero fulcro del progetto iniziale.
Uscito dalla band mentre questa si apprestava a pubblicare il fulminante esordio “Stanze” e dopo un Ep autoprodotto che ha fatto storia, Umberto ebbe un breve momento di sbandamento dopo il quale mise in piedi la creatura Santo Niente, una delle migliori formazioni post-punk/post-grunge di casa nostra.
In tanti anni non è che abbiano pubblicato chissà quanto (appena tre album e un Ep, sempre comunque di altissimo pregio), ma Palazzo è stato sempre attivo su molti versanti, affiancando alla carriera di musicista, quella di produttore, dj e direttore artistico per uno dei locali alternativi di riferimento della costiera adriatica, il Wake Up di Pescara.
Un personaggio schivo e poco accomodante, da tutti riconosciuto come artista di grande ingegno e spessore.
Generazioni è un impagabile atto d’amore pubblicato dalla Disco Dada e coordinato dal giovanissimo Marco Gargiulo (non ha ancora compiuto ventuno anni!), responsabile di Mag-Music.
Gargiulo oltre un anno fa ebbe l’illuminazione e dopo aver racimolato a fatica cinque band stava per gettare la spugna, quando ebbe l’idea di allargare il giro attraverso il social network più frequentato del mondo. Da quel momento tutto iniziò a prendere forma, e tutto a totale insaputa di Palazzo, il quale venne coinvolto soltanto a giochi fatti, senza minimamente entrare nel merito delle scelte artistiche, rivestendo semplicemente il ruolo dell’autore lusingato. Sedici band hanno così ripescato altrettante composizioni del Santo Niente, concedendo loro una nuova opportunità per mettersi in luce.
Il risultato finale mette in risalto la straordinarietà del misconosciuto repertorio di Umberto Palazzo, che avrebbe certamente meritato fortune ben più ampie di quelle fin qui raccolte.
Piuttosto sorprende l’idea di concepire un disco tributo per un musicista che si trova nel bel mezzo della propria vitalità artistica: negli ultimi anni all’attività del Santo Niente ha affiancato il progetto parallelo del Santo Nada, inoltre fra poche settimane sarà pubblicato il suo esordio solista che ha già un titolo: Canzoni della notte e della controra.
Generazioni è nobilitato dalla presenza di almeno due pezzi da novanta che, piazzati a inizio tracklist, fungono quasi da gran cerimonieri: Simona Gretchen, che riprende Junkie e Giorgio Canali che fa sua Luna viola, entrambi con risultati davvero entusiasmanti. Poi una sfilata di artisti emergenti, molti dei quali di sicuro col tempo si imporranno all’attenzione nazionale.
Colpisce la varietà dei generi proposti: c’è chi punta sulle spigolosità, fra questi applaudiamo a scena aperta Ilenia Volpe, che reinterpreta con grinta marlenekuntziana Fiction, e chi preferisce movimenti più sinuosi, quasi sensuali, come nel caso dei Lilies From Mars, con Il posto delle cose da non trovare.
C’è chi predilige scenari electro (Tying Tiffany in È aria), chi decide di spianare i chitarroni (i Veracrash nella title track), chi sceglie la strada del dark-industrial (Marco Campitelli dei Marigold in Quando?) e chi punta sull’orecchiabilità indie-rock (i Motel 20099 in Angelo nero).
Chi resta profondamente ossequioso agli originali (Cuore di puttana riproposta dagli Zippo, che hanno la stessa sezione ritmica del Santo Niente), e chi preferisce metterci del proprio, vedi la bella rilettura in inglese di Elvira trasformata dagli Spiral69 quasi in un apocrifo dei Depeche Mode.
Se proprio si deve intercettare una costante, la si può trovare in un elemento di cupezza presente in quasi tutte le tracce: elementi post-punk che in fin dei conti rappresentano la radice principale del Santo Niente. Inoltre, è da sottolineare la forte presenza femminile, che permea circa la metà delle canzoni proposte.
L’impressione è che questa operazione possa essere ricordata nel tempo come una preziosa e lungimirante ribalta concessa a una generazione (scusate il giochino di parole con il titolo) di musicisti emergenti. E se a distanza di anni, artisti che all’epoca erano ancora in fasce desiderano cantare queste canzoni, significa che tutto sommato non dovevano essere così male.
Il giovane Marco Gargiulo giura che non si fermerà qui, e ci ha confidato di avere già in cantiere altri tributi per rispolverare vecchi brani finiti nel dimenticatoio e dare una chance alle nuove leve.
Come dire che Manuel Agnelli da oggi non deve più considerarsi l’unico talent scout della scena indie nazionale: grazie al lavoro del responsabile di Mag-Music, Generazioni potrebbe essere interpretato come Il Paese è reale di Umberto Palazzo, anzi, gli auguriamo che possa diventare l’inizio del suo Tora! Tora!
“Venti e tre” su Distorsioni: recensione di Ricardo Martillos
Ritorna dopo due anni di assenza Simona Gretchen, dopo aver stupito l’ambiente indie-underground italico col suo bellissimo disco di debutto Gretchen pensa troppo forte (2009), sicuramente uno dei dischi migliori di questo decennio Zero. Questo nuovo prodotto si presenta nello splendido formato del vecchio e glorioso 45 giri, adesso misteriosamente definito 7”, e presenta una splendida copertina in puro stile Andy Wahrol con la foto della singer faentina ripetuta ventitré volte, quanti sono appunto gli anni di Simona e con l’ultimo riquadro in basso a destra lasciato libero dove compare il titolo del disco. L’inedito sulla facciata A è appunto la title track, una song grintosa e arrabbiata, forse il pezzo più cattivo inciso dalla Gretchen insieme a Fockus del disco precedente, un riassunto in sintesi di un anno di grandi successi personali ma pure di domande e considerazioni che restano lì sospese nel vuoto, la mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve ripetuta all’infinito nel drammatico finale di questa splendida canzone. Aiutano Simona in questo singolo Lorenzo Montanà, Paolo Mongardi e Giacomo Sangiorgi: si nota specie in Venti e tre un suono più corposo e robusto rispetto al disco d’esordio, preludio forse a una mutazione del sound in vista del prossimo lavoro adulto. La vera sorpresa del 45 giri è però rappresentata dal lato B, contenente una sorprendente, ma non troppo conoscendo i gusti musicali della ragazza, cover dell’immortale Venus in furs dei Velvet Underground, dal leggendario disco d’esordio. La Gretchen ne offre una versione rispettosa dell’originale; troviamo al posto della viola di John Cale il piano di Giacomo Sangiorgi, che accentua maggiormente la drammaticità della song, non facendo pesare la differenza fra il cantato maschile dell’originale, Lou Reed e la voce femminile perfettamente a suo agio nell’interpretazione di questa fantastica ballad velvettiana. In conclusione una gran bella conferma del talento della songwriter faentina, tra le realtà più splendenti del panorama nostrano, sperando che il futuro secondo album confermi le stesse sensazioni e vibrazioni del precedente. Da segnalare che il singolo, che si può ordinare semplicemente inviando una e-mail all’indirizzo symodark@libero.it, esce in edizione limitata di 500 copie: quindi è superfluo sottolineare che diventerà presto un oggetto ricercato da collezionisti e non, in virtù, anche ma soprattutto, del suo valore artistico.