“Venti e tre” è recensito su Osservatori Esterni
La Forma: Venti e tre è la nuova uscita della cantautrice faentina Simona Gretchen, già vincitrice del premio Fuori dal Mucchio nel 2010 e autrice di uno degli album di debutto più riusciti e interessanti degli ultimi tempi, quel Gretchen pensa troppo forte incensato da pubblico e critica e già diventato un piccolo caso nel panorama cantautorale nazionale. Venti e tre è un vinile 7”, stampato in 500 copie numerate a mano e candidato a divenire oggetto di culto per i collezionisti e gli amanti tutti dell’underground italiano. Nel caso aveste dubbi, Venti e tre vale quello che costa, anche solo come oggetto.
La Sostanza: sono due le canzoni che illuminano questo 45 giri: l’inedita Venti e tre e la cover di Venus in furs dei Velvet Underground. La prima è una bordata elettrica nervosa e poetica, con la voce della Gretchen a ripetere fino all’ossessione la mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve, su un finale incalzante che dire gasa è dire poco. Il lato B invece è un personalissimo, riuscito e rispettoso omaggio a una band il cui nome è ormai Storia. La Venere in pelliccia della Gretchen è sospesa, ipnotica, minimale quanto disturbata. Uno sfondo di chitarre che sono lamenti, una ritmica appena accennata e la voce che si sdoppia e canta e parla dando linfa nuova a quella che resta una tra canzoni più belle mai scritte. Bastano queste due tracce, arrivate giusto in tempo a placare l’attesa del nuovo disco, per fare di Simona Gretchen sorpresa che diviene conferma.
PS: potete prenotare il disco scrivendo una mail a symodark@libero.it. Il prezzo è di 5 euro più spese di spedizione. Che la carica dei 500 abbia inizio.
Zellux
http://www.osservatoriesterni.it/novita/simona-gretchen-venti-e-tre
intervista su Mescalina, a cura di Annalisa Pruiti Ciarello
Simona Gretchen, la giovanissima cantautrice faentina, in occasione della collaborazione con il progetto di Leva cantautorale, decide di raccontare la sua personalissima esperienza musicale, tra le mille difficoltà che un giovane cantante si appresta ad affrontare per riuscire in qualche modo ad emergere nel panorama musicale italiano, e la speranza di chi crede che i propri sogni possano divenire realtà. Contrapposizioni queste riscontrabili nella sua personalità, una sorta di Dottor Jekyll e Mister Hide, in veste rosa, l’eterno contrasto tra Simona Darchini e Gretchen.
Chi è Simona Darchini? Cosa puoi raccontarci del tuo percorso musicale? Ci sono state delle esperienze che lo hanno particolarmente segnato?
E’ una ventiquattrenne ambigua con i capelli rossi tinti e un brutto naso. Un tipo, però. Ho suonato basso e chitarra in varie band punk e indie, fino a che ho ideato un progetto mio, nel 2008, che è stato – legittimamente – interpretato come cantautorale, anche se spero non si esaurisca in questa dimensione. Credo ogni percorso sia innanzitutto segnato dagli incontri che si fanno. Quello più importante direi sia stato quello con Lorenzo (Montanà); ci presentò Gianluca (Lo Presti) – primo, fra l’altro, a credere in me come autrice; dopo pochi mesi Lorenzo curava la produzione artistica di Gretchen pensa troppo forte, che veniva pubblicato da Disco Dada, la loro (appena nata o quasi) indie label. I maestri migliori son quelli che non devono insegnare niente; basta guardarli all’opera per imparare (o anche solo cogliere) qualcosa. Poi ci sarebbero mille cose e persone che varrebbe la pena citare, ma servirebbe un’intervista intera solo per raccontare a grandi linee l’ultimo anno …
Presentaci in poche righe il tuo progetto musicale.
E’ un’esperienza artistica spero in divenire, di attitudine DIY e fortemente autonoma, ma aperta all’esterno e alla collaborazione con altri artisti. Un esperimento indipendente. Un tiro di dadi o, come direbbero Hicks o Terzani, un giro di giostra.
Coma hai conosciuto il progetto della Leva cantautorale degli anni Zero, e in che modo ti ha coinvolto?
Me ne ha parlato per la prima volta Enrico Deregibus, che mi ha proposto di prendere parte al progetto. L’idea nel suo complesso mi ha piacevolmente colpito; fra l’altro avevo scritto da poco un brano che in quel contesto avrebbe potuto trovare il suo posto.
Secondo te quali sono le caratteristiche della tua canzone scelta per l’appunto per la compilation?
Krieg è un brano che richiama per certi versi le atmosfere di Gretchen pensa troppo forte, ma che sul piano del contenuto guarda decisamente altrove: la rabbia ha lasciato spazio al cinismo e al disincanto, il raziocinio si traduce in sentenza un po’ ironica (una specie di ghigno) e in numeri dispari (e primi). Krieg significa conflitto; volendo semplificare; ma questa è più una analisi che una guerra; forse è una guerra-fredda … ora che mi ci fai pensare.
Cosa ne pensi dunque del progetto, lo vedi come un trampolino di lancio, o come una semplice esperienza?
Lo vedo come un tassello in un mosaico.
Il pubblico attento di Mescalina vorrebbe almeno un nome di un giovane promettente italiano non incluso nel progetto, su cui tu comunque scommetteresti …
Trees of mint.
La Gretchen si definisce una cantautrice?
Bisognerebbe chiederlo a Gretchen. Darchini sta elaborando una mappa mentale sull’argomento.
Che peso ha il cantautorato oggi, ha influenzato il tuo modo di comporre canzoni?
Il cantautorato ha in Italia un peso notevole da molto prima che tutti noi della Leva nascessimo. Non puoi non essere influenzato dai cantautori, se nasci qui o in Francia, per esempio. Credo di capire perfettamente Freak Antoni quando dichiara di detestarli anche un po’, i cantautori, come sono d’accordo con lui quando non si dimentica di aggiungere che fra loro si trovano poeti nei confronti dei quali qualunque attacco appare fuori luogo (se metto tutti i congiuntivi il discorso diventa incomprensibile).
Quali sono i tuoi ascolti che hanno maggiormente ispirato la tua musica?
La domanda è molto aperta; posso dirti qualche ascolto che può aver influenzato Gretchen pensa troppo forte nello specifico … Di sicuro Leonard Cohen, PJ Harvey, Schübert, Nico, Branduardi.
Da cosa nascono i tuoi testi?
Dall’elaborazione del lutto, letterale o metaforico che sia.
Come immagini il tuo ascoltatore tipo?
Non me lo immagino, non ci riesco; però fra chi mi segue ho conosciuto distinti cinquantenni e punk lesbiche con i capelli viola, gente che ascolta classica e altra più affezionata all’hardcore, rompiscatole più o meno adorabili e colti(ssimi) interlocutori. Il mio pubblico non è molto vasto, ma è variegato; e questo mi piace.
Per una giovane cantautrice, vivere di musica oggi in Italia è un’utopia o è possibile?
E’ un’utopia. Perché se sei sola, e in più indipendente o autoprodotta, non ricaverai mai quanto basta a coprire le spese che sostieni per esistere e continuare a pubblicare. E’ possibile, perché questa attività implica spesso una buona dose di follia; e se hai quella a vivere basta poco o nulla. In ogni caso, non ho mai scritto o suonato sperando di vivere di musica. Un artista la cui opera ha lo scopo finale o primario di recuperare denaro non è un artista, è un commerciante. Corruttibile, per di più.
A breve uscirà il tuo singolo: come lo presenteresti ai lettori di Mescalina?
Immaginate Gretchen (piuttosto fuori di sé) che incontra Paolo (Mongardi) degli Zeus! e registra con lui un brano che parla dell’anno appena trascorso – dei suoi Venti e tre anni, appunto. Il tutto con la produzione artistica di Montanà. Sul lato b del sette pollici c’è Venus in furs dei Velvet Underground. Buon ascolto.
Un ringraziamento a nome del pubblico di Mescalina all’estrosa artista romagnola, mai uguale a se stessa. Le etichette non fanno per lei, fuori dalle regole e con tanta voglia di far musica, di mettersi sempre in gioco, mai scendendo a compromessi, e con un’ irrefrenabile voglia di sperimentare cose nuove.
Un grande in bocca al lupo.
di Annalisa Pruiti Ciarello
http://www.mescalina.it/musica/interviste/08/05/2011/simona-gretchen
Copertina su MusicLetter: “Simona Gretchen – Una ragazza in un paese per vecchi”
Non succede tutti i giorni di imbattersi in una giovane cantante di alto spessore artistico. Simona Gretchen rappresenta una significativa eccezione in una scena che purtroppo guarda troppo all’età anagrafica. Qualcuno potrebbe ribadire: è la gavetta bellezza, ma se di gavetta si tratta, Simona sembra avere bruciato molto in fretta tutte le tappe dell’apprendistato e i suoi ventitré anni – ventidue al momento della pubblicazione di quello che per adesso rimane il suo unico disco, Gretchen pensa troppo forte – lo dimostrano in maniera lampante. Buona lettura!
A soli ventidue anni hai pubblicato il tuo disco d’esordio Gretchen pensa troppo forte, ricevendo numerosi apprezzamenti da parte della stampa specializzata e del pubblico indie. Ti aspettavi questo clamore?
No, speravo in qualche buona risposta, ma si è decisamente verificata una situazione che non avevo previsto.
Simona Darchini è il tuo vero nome, perché Gretchen?
Volevo citare Gretchen am Spinnrade, lied di Schübert il cui testo porta la firma di Goethe. Gretchen è una figura femminile che accompagna le vicende del Faust, e che in questo lied diventa protagonista.
Parlami della gestazione del disco.
I brani sono stati scritti nel 2008, in pochi mesi. Solo Alpha Ouverture e Fockus sono entrati nell’album in fase di registrazione (luglio 2009).
Quando hai capito che cantare sarebbe stata la tua strada come hai proceduto per realizzare il tuo sogno?
La mia strada? Magari non è neppure cantare. E’ buffo come appena pubblichi un disco si pensi automaticamente che la tua realtà (artistica e soprattutto non) non ruoti che intorno a questo. E’ una proiezione molto distante dalla realtà, in molti casi. Per risponderti senza andar troppo fuori tema: il punto non è il canto. Certo è che la musica da dieci anni è una costante per me, e che ho suonato in varie band prima che nascesse Gretchen. Stavolta ho voluto aggiungere un tassello: scrivere testi e cantarli io stessa. Ci ho provato. A volte vuoi semplicemente sperimentare una cosa e stare a vedere l’effetto che genera su te e sugli altri. Tutto qui.
I testi sono forti, pensanti, viscerali e talvolta riflessivi, la tua voce arde come un fuoco acceso: da dove scaturisce tanta energia?
Dal fatto che ero appena riemersa dal fondo, in un certo senso. Era un momento insieme di rabbia e lucidità ritrovata.
Gli strumenti che hai usato per le registrazioni sono principalmente chitarre, pianoforte e basso. Non si trovano buoni batteristi in giro?
Non se ne trovano così tanti, ma ce ne sono di straordinari! No, in questo disco non c’è la batteria per un preciso intento: concentrarsi su altri aspetti e lasciare l’aspetto ritmico alle linee di basso o alla declamazione. Questo non è però da prendersi come una sorta di marchio di fabbrica, già nel singolo in uscita a maggio la batteria c’è eccome, e le sonorità sono distanti da quelle di Gretchen pensa troppo forte.
Cos’è per Simona il successo, e quando puoi dire di averlo raggiunto in un paese come il nostro che dal punto di vista musicale dipende dalla diffusione di fatiscenze televisive come Amici?
Esistono livelli diversi di successo. Quello cui posso aspirare io è di nicchia, in ogni caso. E mi sta benissimo. Se gente come me scrive non lo fa certo pensando alla fama (e non sono mai stata povera come ora, tanto per dirne una). Circa le fatiscenze televisive credo siano quel che ci meritiamo. Chi non le merita nello specifico non se ne cura e guarda avanti.
Leggendo le molte recensioni sparse per il web succede sovente di imbattersi nel nome di Cristina Donà o di Ferretti (epoca Fedeli alla linea). Io tirerei in ballo anche Nada. In realtà, quali sono i dischi che hai ascoltato fino alla nausea e la musica con la quale sei cresciuta?
Sono molto più legata a Nada che a Ferretti o a Cristina Donà, per quanto abbia apprezzato molta parte del loro percorso, ma Nada ha qualcosa di speciale. Non è un caso che la citi spesso, insieme a PJ Harvey e Nico, quando mi si chiede dei miei riferimenti al femminile. Dischi che ho ascoltato fino alla nausea sono stati per esempio quelli di Radiohead, Melvins, Leonard Cohen, Sonic Youth, Doors, Patti Smith.
I testi sembrano più maturi dei tuoi vent’anni, come funziona la fase di scrittura e quanto tempo le dedichi?
Fockus l’ho scritta in venti minuti, musica compresa. Altri brani hanno raggiunto una loro stabilità dopo un paio di mesi. Non c’è una risposta a questa domanda: ogni testo ha davvero una storia a sé.
Allora ti faccio una domanda di routine sulla situazione musicale (indipendente) italiana: se si può parlare di scena chi ne fa parte e chi, di conseguenza, ne viene escluso. Quali artisti preferisci?
Critica e pubblico decidono se ne sei parte o meno; ti legittimano o no come artista. Tu non fai altro che presentare la tua lettura della situazione, dei tempi, delle tensioni e dei sentimenti che respiri nell’aria. Mi piacciono molto i live degli Aucan, per esempio, chi osa con ironia come i Mariposa, chi sfoggia perizia tecnica senza mai prendersi troppo sul serio, come gli Zeus!, Enrico Gabrielli, Bologna Violenta. Trovo Grazian un ottimo autore e arrangiatore e trovo che gli Zen Circus e Capovilla siano nati per stare sul palco. Samuel Katarro è talmente avanti per questo paese per vecchi che non è apprezzato un decimo di quanto meriterebbe. C’è molto di buono nella scena indipendente.
Durante la scorsa edizione del Mei ti è stato consegnato il premio Fuori dal Mucchio, riservato al miglior esordio italiano dell’anno. Riconoscimento che in passato è stato assegnato a gruppi che poi sono diventati importanti come, per citarne alcuni, Baustelle, Luci della centrale elettrica e Offlaga Disco Pax. Lo vedi come un buon auspicio?
Si prova una bella sensazione; e sto senza dubbio in buona compagnia. Ma preferisco pensarci il meno possibile e concentrarmi su cosa farò dei miei prossimi dieci minuti.
Dimmi qualcosa dei tuoi concerti, come ti avvicini emotivamente al palco e come reagisce il pubblico?
Il live per me ha un fine fondamentalmente catartico, più riesci a essere fuori da te stesso più forti sono la sensazione e l’effetto che ne derivano. La reazione del pubblico è ovviamente una delle prime concause, quando si raggiunge un buon risultato. Su quella si ha ben poco potere. Ho visto dalle venti persone perplesse alle tre o quattrocento ben sintonizzate. Guai se tutti impazzissero per me, sarebbe un pessimo segno. Quel che cerco di fare è garantire un buono spettacolo in qualsiasi circostanza, indifferentemente dalla risposta della gente o dal mio stato psicofisico.
Ultimamente succede di accendere la tv e vedere artisti apparentemente indissolubili e provenienti dall’underground, come Afterhours o La Crus, calpestare con nonchalance il palco dell’Ariston. Se ti va puoi parlarmi male del Festival e tra dieci minuti cambiare idea e andare a Sanremo.
Io non sono gli Afterhours o La Crus. I quali fanno quel che ritengono più opportuno per loro, immagino.
Passiamo a un’altra domanda. Come organizzi il lavoro con Nicola Manzan, Gianluca Lo Presti e in generale con i tuoi collaboratori e musicisti?
Con Lorenzo Montanà e Gianluca Lo Presti collaboro da un paio d’anni, sono persone con cui spero di continuare a lavorare e di cui mi fido. Nicola Manzan è un musicista che ammiro moltissimo e un amico, ha collaborato agli arrangiamenti di Gretchen pensa troppo forte e nel caso capitassero occasione e possibilità mi farebbe solo felice riaverlo in studio in un prossimo lavoro.
A maggio darai alle stampe un sette pollici contenente un brano inedito intitolato Venti e tre e la cover di Venus in furs. Oltre al suddetto singolo cosa dobbiamo aspettarci in futuro da Simona Gretchen?
O un secondo disco o la lotta armata, al momento mi sembrano le due ipotesi più ragionevoli. Scherzi a parte, torno ora da quattro giorni di pace e buona conversazione sull’isola di Krk (Croazia, ndr), e al momento ho un’unica spinta: apprendere nuove cose e metterle a frutto. Vedrò se sarà possibile farlo anche nella musica. Per ora buon Venti e tre a tutti, esce a metà maggio.
di Jori Cherubini
recensione su Ecoseven
Nel 2009 Simona ha 22 anni e un album appena pubblicato, prodotto assieme ad alcuni dei migliori musicisti della scena indie-rock italiana.
Un lavoro destinato ad attirare i favori della critica, che ne ricerca invano le derivazioni musicali, tirando in ballo i nomi delle grandi rocker americane, ma anche C.S.I., De Andrè, e varie giovani cantautrici italiane. Rimandi eccellenti, senza dubbio.
Simona Gretchen, in verità, fin dal suo primo lavoro, assomiglia semplicemente, e prima di tutto, a se stessa.
Merito di una voce bella e malleabile, abile nei cambi di registro, ma soprattutto di una spiccata e inquieta sensibilità e di una sapienza compositiva insolitamente matura.
Testi declamatori e onirici, mai compiaciuti nè scontati, capaci di rappresentarla con istintiva naturalezza. Fin dal titolo, Gretchen pensa troppo forte tradisce la sua vocazione ad una disarmante e viscerale sincerità.
Nell’incedere delle tracce si alternano emozioni, rabbia, allucinazioni, evocazioni, ricordi e sentenze.
Le chitarre, vera colonna musicale dell’album, assecondano i flussi di coscienza di Simona alternando ruvidezze martellanti, improvvise virate introspettive e slanci che svelano il lato più squisitamente folk dell’autrice.
La produzione sicura di Lorenzo Montanà coinvolge, come detto, artisti eccellenti come Gianluca lo Presti e Nicola Manzan (Bologna Violenta) il cui violino nel brano Cera regala una tensione evocativa unica.
Un talento irruento e prezioso quello della cantautrice romagnola, che giustamente ha goduto di ottimi riconoscimenti, aggiudicandosi solo pochi mesi fa la tredicesima edizione del premio Fuori dal Mucchio, riservato al migliore esordio discografico italiano della stagione 2009 / 2010. Da seguire con attenzione.
L.S.
http://www.ecoseven.net/news/Fermenti/Simona_Gretchen_Gretchen_pensa_troppo_forte__3622
intervista a cura di Cristina Valentini su Extra! Music Magazine
Per chi ancora non la conoscesse Simona Darchini, in arte Simona Gretchen, è una delle più giovani e geniali promesse sulla scena italiana. Vincitrice del premio Fuori dal Mucchio 2009/10, con questo album d’esordio capiamo fin da subito che l’artista faentina sprigiona una maturità spiazzante concentrata in liriche viscerali e intimistiche. Delle vere e proprie poesie da ascoltare tutto d’un fiato come se sfogliassimo avidamente le ultime pagine di un avvincente romanzo. A maggio è prevista l’uscita del singolo in 7 pollici su vinile Venti e tre, che include il brano omonimo e una cover di Venus in furs dei suoi e dei nostri amati Velvet Underground. Alla registrazione del singolo hanno partecipato due ospiti speciali: Paolo Mongardi (Zeus!, Il Genio) e Giacomo Sangiorgi, pianista e scrittore. Quindi aspettiamo con trepidazione queste altre chicche di questa Gretchen che dimostra davvero di pensare ma anche di essere troppo forte e, vista l’uscita del singolo, le abbiamo fatto qualche domanda veloce via mail … ecco qua le sue risposte.
Ciao Simona, innanzitutto benvenuta su Extra! Music Magazine! A maggio uscirà il tuo singolo in vinile Venti e tre, com’è nata l’idea di questo progetto?
Dal bisogno di incorniciare un preciso stato psicologico ed emotivo, raccontando a parole l’altra faccia di un anno di apparenti vittorie. Venti e tre è un brano duro, prima ancora che nelle sonorità e negli spigoli ritmici, nei contenuti. Non servono altre spiegazioni, ognuno ci leggerà ciò che il suo intuito gli dice. Venus in furs, che accompagna il nuovo singolo, è un piccolo omaggio alla band che forse ho amato di più in assoluto. Ho cominciato a lavorare al sette pollici senza sapere neppure se qualcuno si sarebbe interessato alla pubblicazione. Era qualcosa che sentivo profondamente e avrei in ogni caso realizzato; ringrazio Disco Dada e Trovarobato che stanno appoggiando il progetto, con mio grande piacere.
Hai avuto diverse collaborazioni, c’è qualcuno in particolare con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?
Spero di continuare a lavorare con paolo Mongardi, straordinario musicista, che ha collaborato alla stesura di Venti e tre, e con Paolo Cola, che al momento mi sta accompagnando dal vivo e che spero mi affianchi anche nella stesura di alcune prossime cose. In futuro, per esempio, mi piacerebbe lavorare con Kole Laca … ma si parla di sogni nel cassetto, non sto dando nessuna anticipazione!
Le tue guide ispiratrici sono Leonard Cohen, PJ Harvey, Patti Smith, per citarne alcuni … nei tuoi testi poesia e letteratura sono punti chiave fondamentali.
Non nego che mi abbiano influenzato, nello scrivere i brani di Gretchen pensa troppo forte, molti più libri che dischi. La letteratura può essere vero ossigeno, e trovo che in questi tempi si riveli spesso più libera e anarchica rispetto ad altre manifestazioni artistiche.
Se devi definirti in due parole, chi è Simona Gretchen nella vita di tutti i giorni?
Una specie di hippie vestita a lutto, amante dell’arte contemporanea e con una evidente simpatia nei confronti della filosofia orientale (ogni tanto bisogna scender sulla Terra e metter da parte cento euro / respirare nubi tossiche / lavare i piatti; ma nel resto del tempo uno cerca di volersi bene).
Finiamo con l’augurarti tutto il successo che ti meriti restando in attesa del singolo e magari anche di un nuovo lavoro … ci stai già lavorando … dì la verità? Grazie per la tua gentilezza e disponibilità!
Può darsi, in effetti può darsi. Qualche idea ce l’ho, stiamo a vedere che combino. La cosa certa è che se arriverà un secondo disco, non ci sarà da aspettarsi Gretchen pensa troppo forte II. Grazie a te e a XTM.
di Cristina Valentini
recensione e intervista su Distorsioni, a cura di Ricardo Martillos
Premetto che mi risulta difficile rimanere imparziale parlando di Simona Gretchen, artista faentina di soli 23 anni, che già da giovanissima figura in varie band locali, punk soprattutto, che le servono come esperienza fino a che, raggiunta una certa maturità espressiva, decide di espandere i propri orizzonti musicali e personali. E’ così che inizia a comporre brani prevalentemente acustici, fortemente influenzati dalle grandi artiste maledette del rock, Patti Smith e PJ Harvey su tutte, ma anche dalle atmosfere allucinate e distorte dei CSI, e grazie all’interessamento dell’ottima etichetta indie Dada Records di Lorenzo Montanà e Gianluca Lo Presti, dà alle stampe il suo primo album da solista Gretchen pensa troppo forte (2009). La prima cosa da mettere in evidenza di questo giovane talento è che Simona per questo disco ha cambiato il suo cognome in un più inquietante Gretchen, dal personaggio femminile del Faust, inoltre è da notare (particolare non da poco) l’uso della lingua italiana sempre ostica in un contesto rock, scelta dettata prevalentemente dalla necessità di far comprendere al meglio i suoi testi introversi e contorti. Il disco si compone di undici pezzi, undici perle scintillanti, per un totale di 34 minuti circa di durata, ed è una scoperta sensazionale per la sonnacchiosa scena italiana, ricca di altre interpreti altrettanto brave come Tying Tiffany, Meg, Beatrice Antolini, Marta Collica, tra le altre; ma qui stiamo parlando di un talento assoluto, un’artista tra le migliori ascoltate nell’ultimo decennio dalle nostre parti. Per questo disco Simona Gretchen rinuncia spesso e volutamente alla batteria, rendendo il suono volutamente scarno, evidenziando ancora di più la sua particolarissima voce, con una strumentazione ridotta all’osso, sostenuta dai fidi Nicola Manzan (Bologna Violenta, Il Teatro degli Orrori) e Lorenzo Montanà (Tying Tiffany), che l’aiutano in fase di produzione e rumori vari, e i bravi Gianluca Lo Presti (Nevica su Quattropuntozero) e Valentina Grotti. L’album si apre in maniera disturbante con la maestosa Alpha Ouverture, chitarre abrasive in puro stile Giorgio Canali – CSI, e una voce che sembra provenire da una quarta dimensione, un brano davvero di forte impatto emotivo, con Simona che ripete come posso porre fine a questa noia più che mortale, quasi un grido disperato e di rifiuto della attuale blanck generation. Davvero molto suggestivo anche il video che accompagna questa song, curato e diretto da Nicola Pederzoli e Marco Tassinari, uno dei più originali visti dalle nostre parti. Le mie fate è un’altra canzone molto intensa, il basso è di Gianluca Lo presti, non c’è rischio né passione, non c’è margine d’errore / sicurezza mia non piace a chi mi spreme, a chi non duole / a chi mi ripete piano: il tempo aiuta … e noi lo aspettiamo!: certe intonazioni di Simona Gretchen qui sono debitrici della migliore Patti Smith. Segue a ruota la delicata Cera, segnata dal violino del bravo Nicola Manzan: il tutto sembra provenire da certi album prog anni Settanta (Saint Just, Celeste), davvero un brano ricco di fascino; dai, scegline una, non costa, è carina / vedrai se è poi vuota, dentro, veramente / son di cartapesta, di plastica, ghiaccio / ma in serbo per te ho una sorpresa di cera. Fockus , uno dei pezzzi forti del disco, anch’esso corredato da un bel video (curato stavolta da Duilio Scalici), riprende le linee armoniche dell’apertura di Alpha Ouverture con chitarre rubate alla Tabula rasa dei CSI, solo due minuti ma di grande forza, con parole che sembrano aghi avvelenati, hai mai pensato ci siano già abbastanza persone convinte che l’accettazione abbia a che fare con la fede? / (peggio, con la rassegnazione) / che guardano alle spalle e mai una volta avanti a loro? / che se la morale manca rischiano di sentirsi sole? / soggette a presunzione, prescrizione, presupposti e finte malattie / che diano loro un diverso colore / in cerca di una dignità ulteriore: davvero uno specchio perfetto della società moderna. Due apprendisti è in puro stile cantautoriale, ancora il violino di Nicola decora il tutto, qui vengono fuori le influenze dei grandi maestri italiani del passato, mi viene in mente il primo De André e le parole srotolate del mio stregone apprendista ho trovato un presente / la domanda che assilla quando cade un sipario. A ruota arriva Bianca in fondo al mare, forse il brano melodicamente più intenso, quello che al primo ascolto rimane impresso anche all’ascoltatore più distratto, prima un omaggio al Faber della Buona Novella, ricordami di santificare le feste, il padre e la madre, la terra su cui poggio i piedi seguito da un refrain molto accattivante e bellissimo, e ripeterà il mio nome, lo ripeterà nel mare, lo ripeterà più a fondo / mi ripeterà nel sole, mi ripeterà nel sale, mi ripeterà fin tanto che io ne abbia sete o fame, di certo una delle canzoni che più hanno lasciato il segno nel decennio appena trascorso. O nostre pelli, solo voce e piano inizialmente, l’ironia in come si presenta è il sorriso di chi mi paga e compra / liberate le parole, trafiggete le calunnie e frodi, rivolgete voci e occhi all’illusione; poi entrano di nuovo le chitarre angoscianti, malate e Simona grida con voce al vetriolo o nostre pelli vecchie e fuochi spenti, come un fuoco che brucia e non si vuole spegnere. La successiva Vuota è un’incantevole ninna-nanna dolceamara, sente il peso del suo corpo, teme il buio e stanca dorme, nasconde / nasconde i semi del rimorso e poi si sveglia vuota, a cui fa seguito Simpatia per B.C., di cui ignoro la dedica, in ogni caso una delle song dell’album che preferisco, con la sua chitarra fluida e quasi psichedelica, imparerai a riconoscere il distacco e poi sarà solo un segreto e poi sarà più nulla / e come ieri non mi riconosco e come ieri non so se ho perso: un’altra amara riflessione della brava Simona sulla vacuità del presente. Ieri è un altro malinconico affresco della generazione anni zero, sei stato tu a minar la convinzione che il bravo attore non reciti mai, sei proprio tu che mi getti nel buio, l’abisso che ormai è dentro un po’ a tutti noi / mi hai detto: lo stomaco mi stringe i secondi, mentre la conclusiva Non trovo più le chiavi è uno splendido reading punteggiato dal bel piano di Valentina Grotti: ancora parole pesanti come macigni, io sono la proiezione, solo tu mi puoi cacciare / e una volta, in effetti, abbiamo pregato, ginocchia nude a terra e schiene piegate / le teste chine, le porte chiuse a chiave / abbiamo chiesto scusa e, molto umilmente, supplicato i nostri corpi di arrendersi / o smettere di scioperare e chiude degnamente questo sorprendente e magnifico album di debutto di Simona Gretchen. Il disco a giudizio di chi scrive è quanto di meglio sia uscito ultimamente in Italia, innalzando Simona Gretchen tra le migliori interpreti della nuova leva cantautorale degli anni Zero: rubo il titolo dall’omonima doppia eccellente raccolta voluta dal Club Tenco e dal MEI, nella quale figura tra le 36 ottime proposte di giovani artisti anche la nostra songwriter faentina con il bel pezzo Krieg. Per questo 2011 poi è prevista l’uscita di un sette pollici, anche se mi piace chiamarlo 45 giri visto che verrà stampato in vinile in edizione limitata da distribuire ai fan più affezionati, a quelli che le vogliono bene aggiungo io; il disco conterrà l’inedito Venti e tre e una particolare rendition del classico dei Velvet Underground Venus in furs: davvero un singolo da tenere d’occhio e che noi di Distorsioni vi proporremo quanto prima.
Ricardo Martillos
http://musicbx.blogspot.com/2011/03/simona-gretchen-gretchen-pensa-troppo.html
Dopo l’esaustivo articolo di Ricardo Martillos su Gretchen pensa troppo forte, il nostro collaboratore ha incontrato ed intervistato per Distorsioni Simona Gretchen. Questo è il resoconto di una lunga e schietta chiacchierata con l’artista.
Volevo ringraziarti anticipatamente Simona per la tua cortesia e disponibilità, e sono convinto che i lettori di Distorsioni, dopo questa intervista, avranno modo di conoscerti meglio.
Faenza è, per citare il grande Francesco Guccini, una piccola città; il fatto di essere nata lì quanto ha amplificato il tuo desiderio di uscire dalla tipica monotonia di paese, insomma per citare uno dei tuoi brani migliori, Alpha Ouverture, di porre fine a questa noia più che mortale?
Penso sia importante sradicarsi indifferentemente dal fatto che si nasca in una piccola o in una grande città. Se lo fai davvero puoi anche arrivare al punto, un bel giorno, di continuare a dormirci conscia di essere altrove. L’importante è non dimenticarsi di guardare fuori più spesso possibile.
Hai citato spesso fra le tue influenze Nico, Patti Smith, PJ Harvey riguardo alle donne, non trovi che a livello di considerazione musicale e di merito esista sempre un po’ di pregiudizio tipico maschilista nell’attribuire meriti inferiori al cosiddetto sesso debole?
Se ci fosse avremmo solo un motivo in più di rimboccarci le maniche. Cerco di preoccuparmi di quello che faccio prima di preoccuparmi di quello che se ne potrebbe pensare.
Cosa mi dici di questa mini invasione femminile degli ultimi anni (cito in ordine sparso: Tying Tiffany, Meg, Beatrice Antolini, Marta Collica, Petrina, etc.)? Io personalmente trovo molto positivo questo desiderio di superare certe stupide barriere ideologiche; e che mi dici di iniziative come quella delle Donne per l’Abruzzo, approvi e la trovi una cosa sincera o pensi sia sempre usata come veicolo propagandistico e stop?
Mi piacciono le donne che sanno cosa vogliono e sanno gestire se stesse. Conosco personalmente solo una delle donne che mi citi, per cui non entro nel merito! Ma sono di certo in buona compagnia. Anche se non ho ben capito, forse, di che barriere ideologiche stiamo parlando. Se io esisto la miglior cosa che possa fare è agire, non ribadire che esisto. Se no finisce che parlo di più, agisco di meno e prima o poi mi annoio da sola. In altre parole: se faccio una cosa buona e sensata che c’entra se sono una donna, un immigrato, un travestito o un sosia di Elvis?
A proposito dei CSI ho notato in certi passaggi chitarristici del disco, vedi Alpha Ouverture, affinità col modo di suonare grattato di Giorgio Canali, artista che immagino stimi molto, ma più che di lui volevo che mi dicessi due parole sulla svolta mistica oltre che politica di Giovanni Lindo Ferretti, cosa che ha mandato in crisi e spiazzato gran parte del suo (folto) pubblico di appassionati e fedeli, e non solo alla linea …
Dire che non so cosa ne penso sarebbe eufemistico. Davvero. Le svolte mistiche che conosco un po’ meglio c’entrano ben poco con la politica. Sono molto perplessa riguardo a Ferretti, ma non mi piace giudicare, come dicevo prima, chi non conosco personalmente. Se un giorno mi si parasse davanti disposto a spiegarmela, la sua svolta mistica, sarei bel lieta di stare a sentire. Giorgio Canali invece, anche se ci ho scambiato sì e no trenta parole in due anni, mi trasmette sempre vibrazioni ottime.
La prima cosa che mi ha colpito del tuo disco, oltre alle liriche davvero originali, non comuni agli artisti nostrani, è la tua particolarissima voce; tu dichiari, e ti credo, di non ritenerti una cantante vera e propria; però non necessariamente questo deve essere considerato un difetto, anzi spesso in grandi del passato certe imperfezioni hanno segnato la personalità degli artisti, l’hanno spesso marchiata a fuoco; che mi dici Simona?
Verissimo, una cantante è qualcosa di molto lontano da quello che sento di essere io oggi. Solo recentissimamente ho iniziato a fare qualcosa per migliorare la respirazione e l’uso della voce. E se lo sto facendo è solo perché credo di aver trovato una persona che possa aiutarmi ad andare al di là di certi miei limiti (che difficilmente potrei superare altrimenti, da sola). Penso, d’accordo con te a quanto intuisco, che la cosa fondamentale sia possedere personalità e non perderla mai; la tecnica è solo un mezzo aggiunto che puoi utilizzare, ma solo dopo aver preso un minimo di coscienza di te.
A proposito dei testi delle tue canzoni, quanto c’è in essi di autobiografico e quanto di pura fantasia, ovvero dettato dai tuoi sogni e soprattutto dalle tue letture personali, tu leggi molto? E quali autori prediligi?
Tutti i miei testi sono autobiografici, o riguardano persone a me vicinissime. Il sogno, che può essere un’altra fonte d’ispirazione importante, ha a che vedere con tutto meno che con la pura fantasia, temo; cerco di non ignorare mai i miei sogni, quando me ne ricordo. Leggevo moltissimo, ultimamente meno di quanto vorrei. Soprattutto romanzi e saggistica, alla poesia sono arrivata più tardi, nella lettura privata. Quanto agli autori preferiti, è sempre una domanda difficile. Ma come ho detto spesso sono molto affezionata a Dürrenmatt, Ellis, Palahniuk, Conrad, Cohen, per esempio. Difficile che le proprie letture non entrino, implicitamente o meno, in quel che si scrive.
Cosa mi dici del fenomeno internet? Lo trovi più positivo o negativo il fatto che esista? Pensi che la eccessiva, incontrollata e selvaggia distribuzione di musica nella rete possa dare giovamento ad artisti emergenti come te o pensi che senza il web la tua musica resterebbe ancora di più confinata nei soliti circuiti underground?
Una parola sola: positivo. Come di ogni altra innovazione, di internet si paga il prezzo. Ma è una delle migliori innovazioni che abbiamo conosciuto, rispetto a innumerevoli altre che ci hanno solo reso più ingenui e alienati di prima. Non vedo alcun problema nel fatto che la mia musica circoli in rete e che più persone di quante abbiano comprato un album la possano ascoltare; fra l’altro conosco un mucchio di persone che hanno comprato il mio disco proprio grazie al fatto che la mia musica fosse anche lì.
Ti ritieni perfettamente a tuo agio come figlia della Generazione Anni Zero, ovvero se potessi rinascere a quale epoca storica, intendo musicalmente, idealmente e politicamente ti piacerebbe essere appartenuta?
Mi ritengo perfettamente a mio agio. Se poi dovessi scegliere per forza un’altra decade sceglierei gli anni Settanta: dieci anni densissimi in cui si è visto di tutto, musicalmente, politicamente, socialmente.
Quanto è ed è stato importante per te Nicola Manzan (Bologna Violenta) per il tuo inserimento e la tua affermazione nell’ambiente musicale indie italico? Mi hanno colpito molto, in una sua intervista che ho letto in rete, queste sue parole: Allora cavolo, l’altro giorno ho visto su megaupload che c’erano 15.000 download del mio disco, che non so neanche se siano veri, però la gente poi lo vuole il disco! E quindi non continuiamo a credere alle major che dicono di non vendere più dischi, le major non vendono più dischi perché producono dischi di merda! E’ questo anche il tuo pensiero e ti senti di condividerlo con Nicola?
Collaborare con Nicola può innegabilmente darti più visibilità, sarebbe strano non accadesse con tutto quello che ha fatto negli ultimi anni e tutti i progetti importanti che l’hanno visto protagonista o a cui ha preso parte. Resta il fatto che non chiedo ad un artista di suonare o arrangiare con me un brano pensando (sarebbe molto triste) a quanti fan in più mi porterà la cosa. Spero lui lo sappia (e pure voi!). Quanto alla sua affermazione … sì, credo proprio di essere d’accordo.
Come appartenente al mondo universitario, trovi similitudini tra il movimento studentesco attuale e quello storico e immortale del ’68, o pensi che sia solo un fuoco di paglia, cioè le ultime generazioni in fondo sono troppo distratte da telefonini, playstation, internet, sballi e impasticcamenti vari per pensare davvero a sovvertire l’ordine costituito?
Penso solo che l’idea di sovvertire l’ordine costituito di oggi non possa essere per molti versi assimilabile a quello che poteva animare il movimento di allora. Non significa che questo sia migliore o peggiore di quell’altro, un giudizio di merito mi pare esser l’ultima cosa di cui ci sia reale bisogno. Penso solo ci siano differenze che non possiamo ignorare: oggi la rabbia parte dai singoli individui che stanno reagendo come possono ad una presa in giro che non possono più tollerare. La protesta è più anarchica, meno mediata e forse più spontanea. Probabilmente ha meno, alla base, rispetto all’altra, il desiderio reale di cambiamento: questa è una reazione più istintiva, quasi animalesca. Come se fossimo stati sedati per anni e improvvisamente ci stessimo svegliando dal torpore e ci stessimo incazzando da morire con chi non ci ha detto la verità. Fuoco di paglia? No: credo, piuttosto, che siamo di fronte a qualcosa di molto imprevedibile e che, proprio per questo, merita forse ancora più attenzione.
Ti hanno chiesto varie volte quali gruppi italiani ti hanno impressionato ultimamente, per riassumere dirò: Il Teatro degli Orrori, Bologna Violenta, Zen Circus, mentre parlando più in generale fuori dai nostri confini delle bands dell’ultimo decennio quale ti senti di consigliare ai lettori di Distorsioni, quali ti hanno più favorevolmente impressionato e magari influenzato?
I Radiohead, i Liars, bands che si riconfermano senza rivali nel tempo come gli Swans o i Melvins, a dispetto degli anni che passano, delle tendenze dell’ultimo minuto e dell’incapacità di molti di evolversi dopo un paio di dischi.
Guardando al passato i migliori artisti italiani, ovvero quelli più stimati da critica e pubblico, hanno sempre scelto di cantare in italiano; cito: De André, De Gregori, Battiato tra i solisti; Area, Nomadi, CCCP/CSI/PGR, per non parlare di PFM e BMS, tra i gruppi. Pensi che per un cantautore, o cantautrice che dir si voglia, sia fondamentale il farsi capire principalmente per i propri testi, e questo mi sembra di aver capito sia il caso tuo, più che per la propria musica?
Dipende da quel che vuoi ottenere: in un disco come Gretchen pensa troppo forte è di certo ciò che avviene: i testi ricoprono un ruolo di primaria importanza ed il peso specifico che assumono a volte può lasciare in ombra il discorso prettamente musicale; si tratta di un album di cantautorato, per quanto atipico; è normale che accada questo. Ma Simona Gretchen non è propriamente una cantautrice (o, sarebbe meglio dire, non vuole essere solo questo), e forse già dal nuovo singolo qualcuno in più comincerà ad accorgersi del fatto che i percorsi possibili siano tanti, e che forse un disco d’esordio non basti a inquadrare un autore.
Se dovessi, anche se a fatica, citare un album, un solo album, particolarmente rappresentativo del tuo stile e di cui non potresti fare a meno, quale ti viene in mente? Rispondi di istinto …
To bring you my love di PJ Harvey. Ma non perché rappresenti il mio stile o un modello da riprodurre in qualche modo, quanto perché per me è stato un disco fondamentale; che mi ha aiutato a capire meglio cosa volessi ottenere musicalmente e come.
Quanto è sottile la linea tra il desiderio di farsi conoscere da un pubblico più vasto, col rischio di una eccessiva commercializzazione, come ad esempio cercare il singolo di successo, e quello di dovere e volere mantenere l’integrità artistica senza tradire il proprio stile musicale?
Ho le idee abbastanza chiare sull’argomento. Non sono qui per fare numero, chi ci crede ci creda o chi non ci crede si arrangi. Se tradisci la tua integrità artistica non meriti neanche l’appellativo di artista.
Il tuo splendido disco -non lo avevo ancora detto!?- Gretchen pensa troppo forte, sia pure confinato ad un circuito indie-underground, ha riscosso ovunque consensi, basta aprire il web per vederlo: ha conseguito tra l’altro il prestigioso premio Fuori dal Mucchio, riservato al migliore esordio discografico italiano della stagione 2009/2010. A questo proposito, cara Simona, quanto ti spaventa la prospettiva della famosa opera seconda, ovvero il dover ripetere e convincere te stessa innanzitutto, ma anche il tuo pubblico (lasciamo da parte la critica per una volta)? Senti molta pressione su di te o pensi di non dover dimostrare niente a nessuno?
Mi spaventa dover convincere me stessa; per quello che ho in mente per un nuovo disco non sarà semplicissimo. Non provo neanche a prevedere le reazioni eventuali che potrebbero verificarsi nel pubblico o nella critica. Quando scrivi metti alla prova te stesso, non il pubblico; come pure quando stai sul palco. Il pubblico è il filo per cui passa la corrente, e la critica un consigliere, a volte benevolo a volte infido, di cui imparare a decifrare i messaggi. Fra parentesi, questo non significa che pensi di non dover dimostrare niente a nessuno (il fatto è che non è questo che mi preoccupa in primis, al limite!): temo la presunzione anche più di quanto tema l’ingenuità.
Nel brano Bianca in fondo al mare, uno dei miei preferiti dell’album, quel passaggio in cui canti ricordami di santificare le feste, il padre e la madre c’è una chiara citazione ed omaggio al maestro Faber di La Buona Novella con Il testamento di Tito, quanto è stato importante per te il suo insegnamento musicale ma soprattutto letterario?
Non credo di saper spiegare a parole quanto sia stato importante.
Di Simpatia per B.C. non ti chiederò nulla, forse lo hanno fatto già altri, invece volevo che mi spiegassi riguardo a Ieri quando dici, anzi ripeti lo stomaco mi stringe i secondi, con tutta la mia fantasia non ho afferrato il significato, la frase è molto bella ma anche enigmatica; che mi dici Simona?
Potrei scriverci un libro. Riassumendo: ti dirò solo che lo stomaco è quel che si potrebbe definire il mio punto debole. E che niente come la nausea con cui da qualche anno convivo quasi quotidianamente mi ha dato un’idea chiara del poco tempo che abbiamo a disposizione e di quanto sia facile usarlo male. Questo, più o meno, voleva dire per me quella frase, nel contesto del brano. Di per sé, poi, è frutto di un’uscita (non lucidissima) di un amico durante una nostra conversazione (non lucidissima) sull’argomento. Aveva colto talmente nel segno che gli dissi che l’avrei scritta, e pare che io l’abbia fatto sul serio, alla fine.
Penso che Baudelaire, Rimbaud, Verlaine ovvero i grandi poeti maledetti abbiano attinenza col tuo modo di scrivere; già altri nel mondo del rock ci hanno fatto riferimento: Jim Morrison, oltre che Patti Smith e Nick Cave, giusto per citarne tre; ma quanto sono stati importanti anche per te?
Non so se abbiano attinenza con il mio modo di scrivere, ma di certo li ho letti e mi hanno lasciato molto. Quello che ho approfondito di più è stato Baudelaire; pochi sanno colpire contemporaneamente al cervello e allo stomaco (tanto perché eravamo in argomento anche poco fa … ) con le stesse eleganza e violenza insieme.
So che adori i Radiohead, beh non sei la sola, il sottoscritto oltre ad averli ammirati due volte dal vivo, nelle tournée di Ok Computer (il miglior disco degli ultimi vent’anni almeno) e Hail to the thief, li considera la band imprescindibile di questi ultimi anni, l’unica che ha proposto davvero qualcosa di nuovo. Volevo sapere se hai ascoltato le loro ultime cose, in questi giorni è uscito l’ultimo The Kings of Limb; che dici, sono sempre loro il tuo punto di riferimento ideale?
I Radiohead sono un monumento vivente della musica contemporanea di consumo. C’è poco da dire e molto da ascoltare, anche nelle ultime cose, che ho appena avuto il piacere di sentire.
Tra i tuoi progetti futuri mi hai parlato di un singolo in vinile, io in quanto collezionista di dischi non posso che apprezzare la scelta, visto che è prevista una cover dei Velvet Underground (tra l’altro anche il tuo gruppo preferito, se ho capito bene); mentre per il nuovo disco invece dovremo attender un po’ di più, immagino?
Sì, il singolo (Venti e tre, con tanto di cover di Venus in furs annessa) uscirà a maggio, pare. Le registrazioni hanno visto la collaborazione di paolo Mongardi (Zeus!, Il Genio) alla batteria e la produzione artistica di Lorenzo Montanà. Ammetto che non vedo l’ora che esca, sono molto soddisfatta del lavoro che è stato fatto e anche (notizia recente) del fatto che il sette pollici sarà una co-produzione di Disco Dada e Trovarobato. Del prossimo disco preferisco non parlare, visto soprattutto che sto proprio ora dando forma a qualcosa che fino adesso avevo solo visto solo in maniera teorica/formale. Servirà un po’ di pazienza, innanzitutto a me!
Io avrei concluso, volevo sottolineare il fatto che ho fatto non poca fatica a scovare domande che altri non avevano già fatto: certo, diverse le ho appunto scansate per evitare sterili ripetizioni, grazie quindi Simona per la tua solita grande disponibilità, spero che dopo e in virtù anche di questa intervista il tuo nome sia più familiare ai nostri lettori e ascoltatori, inoltre ti faccio personalmente i complimenti non solo per la tua splendida musica ma anche per la simpatia e l’intelligenza non comune in una ragazza della tua età.
Grazie a te. E a Distorsioni!
http://musicbx.blogspot.com/2011/03/interviste-simona-gretchen-speaking-for_1030.html
Simona Gretchen e gianCarlo Onorato – “Pensare troppo forte” – Idee di Suono 2011 – 11 marzo
Ci vediamo l’11 marzo a San Giovanni in Lupatoto.
Per saperne di più:
http://www.carnetverona.it/idee_di_suono_terza_edizione_verona-10_10_1027.html
Il sito di gianCarlo Onorato:
recensione e intervista degli Osservatori Esterni
A volte è più forte il pensiero di aver pensato qualcosa di vero. Gretchen pensa troppo forte è un disco come tanti. Puzza di plastica, e se ne sta innocuo, addormentato nella sua casetta artificiosa, col bollino argento SIAE che garantisce e contiene. Poi lo apri e scopri che c’è di più. Simona Darchini, in arte Simona Gretchen, ha qualcosa da dire. E quello che ha da dire lo dice, lo canta, senza nascondersi. Canta in italiano Simona Gretchen, e se lo fa è perché è cosciente che le righe pesano più di ciò che ci sta in mezzo. Finiamola con questa storia dell’inglese. Non l’ho mai capita questa storia.
Non capisco come si possa parlare in italiano dal lunedì alla domenica, e persino sognare in italiano, e poi quando è ora di fare musica scrivere e cantare in inglese. Se vivi in Italia, vivi in italiano e canti in inglese, è molto probabile che tu lo faccia perché non hai nulla da dire, figuriamoci da cantare. Non giriamoci intorno, la musicalità della lingua e il successo oltre-confine c’entrano poco. Non hai nulla da dire e dietro al nulla ti nascondi. E allora per quale strano motivo uno dovrebbe perdere del tempo dietro i tuoi mugolii poco senso e tanto cliché? Per fortuna questo discorso con la Gretchen non ha niente a che vedere. Simona Gretchen e le sue undici canzoni sono l’esempio lampante di come ancora sia possibile fare buona musica italiana in Italia. Undici piccole perle, in bilico fra cantautorato e rock, rumore e dolcezza. Un disco pieno, di quelli che ti fanno imparare le canzoni a memoria e spulciare con attenzione anche i crediti e i ringraziamenti nel libretto dell’album. Un disco pieno, pieno di parole. Parole pregne, calibrate, probabilmente nate prima dell’idea di una loro possibile messa in musica. Parole che raccontano, che si vedono, che esondano la metrica perché anche se lo spazio è poco loro ci vogliono e ci devono stare. Gretchen è un personaggio femminile del Faust di Goethe, Gretchen è un personaggio sorprendente e da seguire. Gretchen dev’essere ascoltata. Alpha Ouverture, Le mie fate, la splendida Cera, Simpatia per B.C. devono essere ascoltate.
Se per metter mano al portafoglio avete bisogno d’altro, sappiate che il disco condensa PJ Harvey e la Germano con De André e i Velvet Underground, e li frulla sotto la sigla CSI. Affascina la voce di Simona Gretchen, così sottile, affaticata, che sembra sempre lì lì per non farcela. Ma ce la fa, ce la fa e dipinge. Sinceramente non saprei più cosa dirvi. E datela ‘sta martellata a quel porcellodanaio impolverato e compratevi il disco.
Gretchen pensa troppo forte. Fatelo anche voi.
1. Se la tua vita fosse un film chi sarebbe il regista?
Woody Allen.
2. Un autore che non hai mai letto, e ti vergogni a dirlo.
Borìs Pasternàk, ma ora che me ne sono accorta rimedierò. Promesso.
3. Ultimo brano ascoltato ossessivamente.
Go to her (Zombelle).
4. Il tuo aforisma preferito.
Il non fare nulla è la cosa più difficile del mondo (Oscar Wilde).
5. Un paese nel quale vorresti passare i prossimi dieci anni.
Francia.
6. Un fenomeno che trovi sopravvalutato.
La chirurgia estetica.
7. Teatro degli Orrori o Zen Circus?
Tutti e due. A forza di vedermi ai loro concerti mi odieranno.
8. Il romanzo che ti ha stravolto l’esistenza.
Il secondo di Leonard Cohen: Beautiful Losers.
9. Cosa faresti per la cultura italiana?
La affiderei alle cure di un bravo sciamano. Scherzi a parte, credo sia ancora viva; c’è solo chi fa di tutto per farcene dimenticare.
10. Ultimo concerto visto.
Tying Tiffany (al Bronson, sabato scorso), il cui nuovo chitarrista, fra parentesi, è Lollo -Lorenzo Soldano- che mi ha accompagnato nei live fino a maggio scorso; aprivano la serata i (come di consueto) convincenti -e fascinosissimi- Schonwald.
11. Cosa guardi in TV.
Soprattutto film più o meno recenti, a notte fonda se ne scovano sempre un paio di degni di nota, se non si ha di meglio da fare. Ma la guardo davvero poco; per un periodo piuttosto lungo non ho neppure voluto un televisore in casa.
12. Un sito web.
13. Il disco che tutti dovrebbero possedere.
Ok Computer (Radiohead).
14. Quale decennio ti affascina di più?
Quello appena cominciato! Sbaglierò, ma son certa ne vedremo delle belle.
15. La scena di un film che ti ha cambiato la vita.
Svariate scene da Mezzanotte nel Giardino del Bene e del Male (Clint Eastwood, 1997).
recensione Kronic
L’ultima vestale del fuoco della protesta
Un talento acerbo eppure già epico nella sua forma espressiva semplice quanto efficace. Simona Darchini da Faenza ha 22 anni ma idee chiare. Nell’incedere rabbioso delle sue declamazioni si ispira a Patti Smith quanto alla PJ Harvey degli esordi ma, per l’utilizzo sapiente della metrica nella ostica (in ambito rock) lingua italiana e la forza emotiva delle liriche, sono evidenti punti di contatto con i CCCP e con artisti de La Tempesta (Teatro degli Orrori, Giorgio Canali, Altro). Pennate di chitarra a tratti abrasive a tratti annegate in un bicchiere di rosolio e linee di basso che emergono dal fumo del CBGB nei malfamati sobborghi di Bowery Street schizzano ombre intrappolate tra sogni ancestrali e una grigia, opprimente realtà.
Come un’antica vestale la Gretchen sacrifica la sua esistenza artistica alla perpetuazione del sacro fuoco della protesta in undici schegge di grezza beltà, sorretta dall’incanto di una genuina ingenuità. Non è certo un male esprimere ad alta voce i propri pensieri quando nascono dall’intelligenza di una giovane promessa come Simona.
Alberto Leone
Giorgio Moltisanti intervista Simona Gretchen – su Italian Embassy
Simona Gretchen è etimologicamente una outsider. Ovvero come si diventa ciò che si è. Specie se si considera che tutto il mondo artistico è permeato di vampiri e zombie. E mica puoi ucciderli, perché sono già morti. Un bel problema di coesistenza civile direi. Perciò, Gretchen pensa troppo forte non è solo il titolo di uno dei migliori debutti del 2010, a mezza via tra Consorzio Suonatori Indipendenti e se stesso, ma anche una delle più controverse contraddizioni degli ultimi tempi. Quello di pensare troppo forte è infatti anche il modus vivendi della cantautrice emiliano-romagnola. Ma quello di pensare poco o non pensare affatto è del mondo in cui esso vive. Con le sue posizioni autarchiche, la ventitreenne Simona Darchini ha scosso le idee di molti. Degli ascoltatori, in primo luogo. Dei musicisti: Nicola Manzan sul disco e Paolo Mongardi nel futuro da tener d’occhio; ma anche di Warren Ellis, che l’ha definita: A new Polly Jane Harvey. Della stampa e degli addetti ai lavori, dal premio Fuori dal Mucchio 2010 al MEI, dove è stata premiata. Ma per i miracoli si sta ancora organizzando. E così di Simona Gretchen ancora si parla poco, troppo poco. Merito del suo essere un’artista pura e scomoda, più interessata al fare che all’apparire e, senza nasconderci dietro un dito, donna in un ambiente ancora troppo misogino. Stomaco e cuore. Ma se da un lato, come s’è visto, i plebisciti nazional-pecoroni si sono scontrati con omini a corto d’idee già dal secondo disco, qui ci si stupisce di quanta potenza d’ingegno si senta ancora. Forse è per questo che Simona appare tranquilla e pacifica nell’analizzare con acume la nostra analisi di partenza: Il maschilismo generalizzato non è un’allucinazione collettiva, ma finché sentirò echi di lamentele non me la sentirò proprio di pontificare sugli sbagli del mondo maschile. E’ ora di passare ai fatti, di guadagnarsi credibilità, di costruirsi una coscienza dell’auto-rappresentazione, proprio perché personale e non stereotipata. Ciò cui si dovrebbe aspirare non è essere riconosciute donne di successo, ma essere riconosciuti meritevoli d’attenzione indifferentemente dal proprio sesso. Dire che mi considero femminista o meno, in questo senso, non significherebbe nulla per me. Io non voglio le quote rosa della musica, voglio uomini e donne che possano finalmente dimenticarsi, quando fanno Arte, di essere uomini o donne. Che è tutto un altro discorso. Bene e onestamente detto: sempre meglio di certe dichiarazioni proto-femministe che abbiamo sentito fino alla nausea.
Gretchen pensa troppo forte è un disco mirato, nato per essere dritto e forse duro, e così è uscito. Viene da chiedersi come sia nata la scrittura, visto che stiamo parlando di un debutto, o più semplicemente se era quello che voleva ottenere: Non ho mai imparato a cantare. Quando sento qualcuno definirmi cantante mi vengono i brividi. La mia voce è sempre stata grezza, non-educata. La mia intonazione non è mai perfetta e la mia forza, se c’è, sta nelle parole nate fin’ora da una spinta letteraria. Nella scrittura. In un certo modo di declamare sarcasticamente, forse. Non certo nella tecnica. E’ catarsi allo stato puro, se mai. Per Simona, per lo meno. Per gli altri non saprei, forse è solo follia. Grazie ad artisti come Dente o Brunori Sas, si fa tanto parlare di una nuova evanescente scuola italiana. Quella che sta riportando in auge le canzoni che parlano di cose (semplici) della (loro) vita, e così il livello di accessibilità richiesto per entrare nelle grazie del grande pubblico sembra essere sceso di qualche scalino. Se da un lato è la riprova che non occorra essere verbosi e complessi per far breccia nel cuore dei giovani e dei discografici, fa un po’ tenerezza sentire ripetere ancora a menadito le lezioni di Rimmel di De Gregori e La canzone del sole di Battisti per i nostalgici di tutto, ma con il peso specifico tarato al marketing. Simona aggiunge: Bisognerebbe essere, al fine d’aver buoni spunti per le proprie creature, onnivori. E poi non ascoltare nulla per tutto il tempo in cui si scrive, ascoltando solo i suoni che produce la propria testa. Siamo ottimi rielaboratori. Se parti dal presupposto di trarre ispirazione da qualcosa hai già perso ogni speranza di partorire qualcosa di nuovo; dove nuovo non è da intendersi in senso assoluto, ma quantomeno a sé ed al proprio background. Non a caso: In Gretchen pensa troppo forte ci sono brani in cui il realismo è crudo e l’autobiografia la fa da padrona, e altri che emergono direttamente dai ricordi annebbiati del sogno. Sensibilità policroma che finisce con l’essere il suo tratto distintivo, anche nei live dove si divide tra set acustici ed altri elettrici. Ma non sono un’improvvisatrice. L’affrontare set sia acustici sia elettrici è un modo per ricordarmi che non esiste il live set ideale in sé e per sé, ma che molto è dato, l’esperienza mi insegna, dal luogo e dalle relazioni che si possono instaurare in esso. Petrina, con cui ha condiviso una nota intervista, è legata con doppio filo al mondo della danza e Vasco Brondi, a cui è stata spesso paragonata, al mondo dell’arte e dei fumetti in particolare. Entrambi non disdegnano la sperimentazione. Viene da chiedersi se ultimamente fare soltanto bene il musicista in Italia sia diventato troppo da sfigati. I miei scrittori preferiti sono sempre stati quelli che hanno saputo tramutare le loro conoscenze, in campi anche totalmente estranei, in materia prima per la loro scrittura. Sia quindi elogio alla sinestesia. Nonostante le collaborazioni, vecchie e nuove, siano per me un modo per mettermi sempre in gioco su coordinate inesplorate, se ci influenzassimo l’un l’altro solo fra musicisti, cantautori e rumoristi finiremmo per annoiarci a morte. Vorrei fossimo liberi di sentirci più impressionati anche dalla Tragedia Endogonidia della Raffaello Sanzio che da molti dischi di cantautorato; da un film di qualche regista russo o da un saggio improbabile piuttosto che dall’ultima band statunitense o svedese. E lo siamo! L’eclettismo è un valore, per quanto mi riguarda. Anche quando è provocazione. Tutto vero. Come, per dire, Marchel Duchamp: pittore, scultore, scacchista, fonico, artista concettuale. Esattamente, o Andy Warhol. Ma senza truppe motivate nessuna tendenza può vincere la battaglia contro il tempo: A meno che non smetti di combatterlo, il Tempo. Si sentirebbe colto di sorpresa, se non altro. Generando milioni e milioni di incognite. E Gretchen non decide a priori dove e con chi va. Non lo fa mai. Perdonala.
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