Articoli marcati con tag ‘Simona Gretchen’
“Venti e tre” su Shiver: la critica si sdoppia
[la stroncatura di Max Sannella e la replica di Simona Cannì apparse su Shiver]
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Avevo già ascoltato il precedente Gretchen pensa troppo forte, ma non c’era stato nulla da fare. Mettiamola così, può darsi che sia un nuovo caso, magari la piega sversata dell’indie o la rivolta dei sensi che evocano paradossi e trucioli di pensieri ermetici, ma questa Simona Gretchen, rockeuse from Faenza, non convince per definizione, lascia indifferente sebbene premiata dal Mucchio e osannata da penne in cerca di rassicurazioni e conferme assolute, e Venti e tre è il vinile sette pollici appena uscito e tirato in sole 500 copie, contiene due sole canzoni Venti e tre e, sul lato b – si è scomodati pure i Velvet Underground nella cover di Venus in furs; non che le qualità della Gretchen siano spompate al di qua del post-moderno travestito da post rock, ma non creano quel semiotico paradosso abbastanza grosso da far urlare alla miracolistica express o all’evocazione delirante di una nuova maledetta che tra filosofia e pedaliere ci può turbare le notti elettro-insonni. Quel che abbiamo invece sottomano, più che un asettico esercizio stilistico – ovviamente di origini e derivazioni altre e non proprie – sembra un prova atonica, di quelle che si registrano in cameretta sognando di essere star sui grandi palchi, quel limbo atmosferico che – ripeto nonostante gli sforzi – cerca di nascondere una palese mancanza di creatività dietro lo sfoggio di una serietà psichedelica e rude. L’artista Gretchen è ansiosa, trasmette turbamenti e paranoie, una specie di manna al contrario di divagazioni ombrose, bui presagi e torbide sensazioni, un senso ripetitivo d’angosce che in Venti e tre viene gettato in pasto a chitarre compresse, distorte dietro un parlato sloganistico, ossessivo, mentre Venus in furs diventa un mantra medievale cantato da una Tori Amos sotto effetto di funghetti allucinogeni. No, proprio non ci siamo, o meglio Simona Gretchen non c’è, è una delle tante eroine per caso che pullulano e fanno cucù dal di sotto dell’underground per provare a fare sensazione, mentre - in controcanto – non fanno altro che favorire l’auto-illusione di se stesse e di tante mediocri imitatrici. Rock is dead? No, ma se si va avanti così l’ossigeno è vitale!
Max Sannella
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Non è vero che per fare un cantautorato maturo, che non si lasci trascinare in ingenui inni generazionali, incerte dissolvenze di amori andati a male e maledizioni wicca contro il sistema su cui è impresso il tessuto sociale, è necessario aver oltrepassato i trentacinque anni e almeno il terzo disco, ammesso che il secondo sia riuscito a sopravvivere agli stroncamenti della critica. Simona Gretchen a 22 anni e al suo album di debutto Gretchen pensa troppo forteha dimostrato di essere perfettamente in linea con l’idea di un songwriting nato adulto, che non rimane incastrato tra le maglie di una perpetua sindrome da peter-pan e che esula assolutamente i temi e gli stilemi della scrittura al femminile, spesso troppo incazzata e solo superficialmente. Nell’attesa del suo secondo album, Simona Darchini ci tiene all’erta con un vinile 7’’ a tiratura limitata dal titolo Venti e tre, con un brano per lato: la title-track e la cover di Venus in furs dei Velvet Underground, forse per non smentire gli echi dei paragoni con Nico e sconfessare, invece, quelli con Cristina Donà. In Venti e tre, mantiene diretto il legame con Gretchen pensa troppo forte, ma sembra, in qualche modo, voler trascendere il passato attraverso il superamento a una seconda fase del suo percorso da cantautrice, probabilmente dato anche dalla velocità con cui a vent’anni cambiano le cose e di come le responsabilità colgano di sorpresa. Il brano, infatti, oltre a recitare fino all’oblio la mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve, quasi a suggellare la riservata capacità della Darchini di saper distinguere i diversi gradi dei percorsi di formazione personale, anche musicalmente sembra diluire con ancor maggiore destrezza i suoni e le sue chitarre distorte, che tanto ci avevano costretto a batter piede e a dimenare il capo nel precedente album. La Venus in furs della faentina è tutt’altro che scontata, nonostante tenga fede al carattere forte e marcato che distingue la sua vena cantautorale; la sua rivisitazione, infatti, sottolinea gli aspetti più eterei del brano dei Velvet Underground con doppie voci e ritmi minimali. Venti e tre è una porta aperta verso il futuro della giovane cantautrice, che spero non si faccia attendere ancora molto per l’uscita del nuovo album e non deluda le altissime aspettative poste su di lei, perché Simona Gretchen è un’indisciplinata sorpresa nel panorama musicale italiano e non deve smettere di pensare troppo forte.
Simona Cannì
“Venti e tre”: Marco Renzi su Audiodrome
Ritorna e lo fa con una doppietta.
Non con un doppio disco ma con due canzoni. Eh sì, perché dopo l’ottimo Gretchen pensa troppo forte ci voleva qualcosa per stemperare l’attesa di un nuovo lavoro di Simona Darchini, qualcosa che facesse da spartiacque, per dare a intendere questo: l’esordio non è stato un colpo di fortuna. Già, perché il brano Venti e tre torna a mettere in evidenza tutte le capacità della cantautrice romagnola. Un pezzo pieno di rumore, un fluire di parole declamate à la Ferretti ma con attitudine da Polly Jean Harvey. Parole che, nonostante il loro essere introspettive, mettono in gioco una grande forza politica, se proprio si vuol scomodare un termine controverso, troppo spesso usato a sproposito (e qualcuno accuserà pure me d’aver scritto una cazzata, ma pazienza). Chitarre ruvide ed abrasive, ritmiche a tratti ossessive: Rock nella più pura accezione del termine, e una piccola esplosione che coinvolge meno di due minuti del nostro tempo e dalla quale è difficile non rimanere quantomeno colpiti.
Fa capolino poi una cover molto coraggiosa. Si tratta di Venus in furs, a firma Velvet Underground. Confrontarsi anche con la peggior canzone scritta da Lou Reed deve essere un compito a dir poco arduo: figuriamoci con una delle migliori, tratta dal disco con la Banana. La versione di Simona non stravolge l’originale ma la omaggia, e lei riesce anche a renderla un po’ sua. Una piacevole dichiarazione d’amore verso un gruppo sempre citato tra le principali influenze della musicista in questione.
Il voto non potrà essere elevato perché con due canzoni, di cui una sola autografa, non ci si può sbilanciare più di tanto. Senz’altro, se questo livello verrà mantenuto nel prossimo, eventuale album, non c’è che d’attendere speranzosi. Mezza stella in più.
Marco Renzi
http://www.audiodrome.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=7754
Targa Giovani Supersound 2011 – miglior testo: “Venti e tre”
Ecco i vincitori under 25 della Targa Giovani Supersound 2011: I Cani, Be Forest, Carlot – ta, Heike Has The Giggles e Simona Gretchen. Miglior etichetta: 42 Records. Premio speciale MEI ad Erica Mou.
[i premi saranno consegnati a Supersound Venerdì 23 settembre al Teatro Masini di Faenza]
La giuria selezionata dal fior fiore della stampa musicale nazionale, e composta nientepopodimenoche da: Luca Valtorta (XL – Repubblica), Luca D’Ambrosio (Musicletter.it), Andrea Diani (RadUni), Fabrizio Galassi (Repubblica.it/Kataweb, Wired), Orazio Martino (Gli Osservatori Esterni), Luca Minutolo (Fuori dal Mucchio), Giorgio Moltisanti (Rumore), Antonio Oleari (Jam), Gianluigi Peccerillo (Dance Like Shaquille O’Neal), Davide Rolleri (The Breakfast Jumpers), Hamilton Santià (Il Mucchio), Jacopo Tomatis (Il Giornale della Musica) ed Enrico Veronese (Italian Embassy, Blow Up), con la supervisione e il coordinamento di Chiara Caporicci e Giordano Sangiorgi del MEI – Meeting degli Indipendenti ha elargito il suo verdetto.
“Generazioni”: è uscito l’omaggio al Santo Niente
Alla compilation/tributo, pubblicato da Disco Dada, hanno preso parte Simona Gretchen, La Mela e Newton, Giorgio Canali & Rossofuoco, Ilenia Volpe, Tying Tiffany, Lilies on Mars, Spiral69, Nevica su Quattropuntozero, Zippo, Luminal e tanti altri.
Per ordinarne una copia scrivete a magmusicstaff@gmail.com.
Per saperne di più e per ascoltare tutti i brani in streaming vedi:
http://www.magmusic.it/2011/05/20/generazioni-un-omaggio-al-santo-niente/
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Recensione di Claudio Lancia su OndaRock:
Un tributo a chi?
C’è chi sogghigna, chi resta incredulo, chi sostiene come oramai l’industria musicale non sappia più cosa spremere. Però andiamoci piano, la figura di Umberto Palazzo è assolutamente centrale nel panorama indipendente del nostro minuscolo e problematico staterello.
Umberto Palazzo è stato (con Emidio Clementi, Vittoria Burattini e Gabriele Ceci) il membro fondatore dei Massimo Volume: già questo potrebbe bastare per farlo entrare nel gotha della musica che conta. Anzi, gli stessi Massimo Volume lo hanno sempre riconosciuto come vero fulcro del progetto iniziale.
Uscito dalla band mentre questa si apprestava a pubblicare il fulminante esordio “Stanze” e dopo un Ep autoprodotto che ha fatto storia, Umberto ebbe un breve momento di sbandamento dopo il quale mise in piedi la creatura Santo Niente, una delle migliori formazioni post-punk/post-grunge di casa nostra.
In tanti anni non è che abbiano pubblicato chissà quanto (appena tre album e un Ep, sempre comunque di altissimo pregio), ma Palazzo è stato sempre attivo su molti versanti, affiancando alla carriera di musicista, quella di produttore, dj e direttore artistico per uno dei locali alternativi di riferimento della costiera adriatica, il Wake Up di Pescara.
Un personaggio schivo e poco accomodante, da tutti riconosciuto come artista di grande ingegno e spessore.
Generazioni è un impagabile atto d’amore pubblicato dalla Disco Dada e coordinato dal giovanissimo Marco Gargiulo (non ha ancora compiuto ventuno anni!), responsabile di Mag-Music.
Gargiulo oltre un anno fa ebbe l’illuminazione e dopo aver racimolato a fatica cinque band stava per gettare la spugna, quando ebbe l’idea di allargare il giro attraverso il social network più frequentato del mondo. Da quel momento tutto iniziò a prendere forma, e tutto a totale insaputa di Palazzo, il quale venne coinvolto soltanto a giochi fatti, senza minimamente entrare nel merito delle scelte artistiche, rivestendo semplicemente il ruolo dell’autore lusingato. Sedici band hanno così ripescato altrettante composizioni del Santo Niente, concedendo loro una nuova opportunità per mettersi in luce.
Il risultato finale mette in risalto la straordinarietà del misconosciuto repertorio di Umberto Palazzo, che avrebbe certamente meritato fortune ben più ampie di quelle fin qui raccolte.
Piuttosto sorprende l’idea di concepire un disco tributo per un musicista che si trova nel bel mezzo della propria vitalità artistica: negli ultimi anni all’attività del Santo Niente ha affiancato il progetto parallelo del Santo Nada, inoltre fra poche settimane sarà pubblicato il suo esordio solista che ha già un titolo: Canzoni della notte e della controra.
Generazioni è nobilitato dalla presenza di almeno due pezzi da novanta che, piazzati a inizio tracklist, fungono quasi da gran cerimonieri: Simona Gretchen, che riprende Junkie e Giorgio Canali che fa sua Luna viola, entrambi con risultati davvero entusiasmanti. Poi una sfilata di artisti emergenti, molti dei quali di sicuro col tempo si imporranno all’attenzione nazionale.
Colpisce la varietà dei generi proposti: c’è chi punta sulle spigolosità, fra questi applaudiamo a scena aperta Ilenia Volpe, che reinterpreta con grinta marlenekuntziana Fiction, e chi preferisce movimenti più sinuosi, quasi sensuali, come nel caso dei Lilies From Mars, con Il posto delle cose da non trovare.
C’è chi predilige scenari electro (Tying Tiffany in È aria), chi decide di spianare i chitarroni (i Veracrash nella title track), chi sceglie la strada del dark-industrial (Marco Campitelli dei Marigold in Quando?) e chi punta sull’orecchiabilità indie-rock (i Motel 20099 in Angelo nero).
Chi resta profondamente ossequioso agli originali (Cuore di puttana riproposta dagli Zippo, che hanno la stessa sezione ritmica del Santo Niente), e chi preferisce metterci del proprio, vedi la bella rilettura in inglese di Elvira trasformata dagli Spiral69 quasi in un apocrifo dei Depeche Mode.
Se proprio si deve intercettare una costante, la si può trovare in un elemento di cupezza presente in quasi tutte le tracce: elementi post-punk che in fin dei conti rappresentano la radice principale del Santo Niente. Inoltre, è da sottolineare la forte presenza femminile, che permea circa la metà delle canzoni proposte.
L’impressione è che questa operazione possa essere ricordata nel tempo come una preziosa e lungimirante ribalta concessa a una generazione (scusate il giochino di parole con il titolo) di musicisti emergenti. E se a distanza di anni, artisti che all’epoca erano ancora in fasce desiderano cantare queste canzoni, significa che tutto sommato non dovevano essere così male.
Il giovane Marco Gargiulo giura che non si fermerà qui, e ci ha confidato di avere già in cantiere altri tributi per rispolverare vecchi brani finiti nel dimenticatoio e dare una chance alle nuove leve.
Come dire che Manuel Agnelli da oggi non deve più considerarsi l’unico talent scout della scena indie nazionale: grazie al lavoro del responsabile di Mag-Music, Generazioni potrebbe essere interpretato come Il Paese è reale di Umberto Palazzo, anzi, gli auguriamo che possa diventare l’inizio del suo Tora! Tora!
“Venti e tre” su Distorsioni: recensione di Ricardo Martillos
Ritorna dopo due anni di assenza Simona Gretchen, dopo aver stupito l’ambiente indie-underground italico col suo bellissimo disco di debutto Gretchen pensa troppo forte (2009), sicuramente uno dei dischi migliori di questo decennio Zero. Questo nuovo prodotto si presenta nello splendido formato del vecchio e glorioso 45 giri, adesso misteriosamente definito 7”, e presenta una splendida copertina in puro stile Andy Wahrol con la foto della singer faentina ripetuta ventitré volte, quanti sono appunto gli anni di Simona e con l’ultimo riquadro in basso a destra lasciato libero dove compare il titolo del disco. L’inedito sulla facciata A è appunto la title track, una song grintosa e arrabbiata, forse il pezzo più cattivo inciso dalla Gretchen insieme a Fockus del disco precedente, un riassunto in sintesi di un anno di grandi successi personali ma pure di domande e considerazioni che restano lì sospese nel vuoto, la mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve ripetuta all’infinito nel drammatico finale di questa splendida canzone. Aiutano Simona in questo singolo Lorenzo Montanà, Paolo Mongardi e Giacomo Sangiorgi: si nota specie in Venti e tre un suono più corposo e robusto rispetto al disco d’esordio, preludio forse a una mutazione del sound in vista del prossimo lavoro adulto. La vera sorpresa del 45 giri è però rappresentata dal lato B, contenente una sorprendente, ma non troppo conoscendo i gusti musicali della ragazza, cover dell’immortale Venus in furs dei Velvet Underground, dal leggendario disco d’esordio. La Gretchen ne offre una versione rispettosa dell’originale; troviamo al posto della viola di John Cale il piano di Giacomo Sangiorgi, che accentua maggiormente la drammaticità della song, non facendo pesare la differenza fra il cantato maschile dell’originale, Lou Reed e la voce femminile perfettamente a suo agio nell’interpretazione di questa fantastica ballad velvettiana. In conclusione una gran bella conferma del talento della songwriter faentina, tra le realtà più splendenti del panorama nostrano, sperando che il futuro secondo album confermi le stesse sensazioni e vibrazioni del precedente. Da segnalare che il singolo, che si può ordinare semplicemente inviando una e-mail all’indirizzo symodark@libero.it, esce in edizione limitata di 500 copie: quindi è superfluo sottolineare che diventerà presto un oggetto ricercato da collezionisti e non, in virtù, anche ma soprattutto, del suo valore artistico.
“Venti e tre”: Marco Pecorari su Rumore e Federico Guglielmi sul Mucchio
[...] Simona Gretchen irrompe (quando meno me l’aspetto e come una bomba) nella mia casella di posta col 7″ Venti e tre: la title track è il resoconto dell’anno appena passato che coincide con la boa dei 23 anni (Ian Curtis anyone?): un punto della situazione a nervi scoperti, una catarsi delle cose che le avevano in quel lasso di tempo fatto più bene e più male. L’accostamento con Venus in furs, apparentemente casuale, diventa chiaro: l’unione del piacere e del dolore e il tema del perdono che non può arrivare e soprattutto un atto d’amore nei confronti dei Velvet Underground. Due canzoni semplicemente da brividi e una riflessione personale: se Simona non mi avesse contattato non avrei ascoltato nè il suo 7″ nè il suo album passato quasi inosservato su queste pagine (e incensatissimo invece su altre, nel bene e nel male). Voi che la musica la amate non fate come me: spesso il ruolo privilegiato di giornalista musicale significa permettersi il lusso di perdersi simili gemme, per puro snobismo o anche solo per pigrizia.
[Rumore, Scanner Italia, maggio 2011]
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Simona Gretchen in sette pollici
Difficile che, almeno al lettore abituale di questa rivista, il nome di Simona Gretchen suoni nuovo, non fosse altro perché il suo Gretchen pensa troppo forte (Disco Dada/Venus) è stato segnalato nel nostro Annuario fra i dischi italiani più significativi del 2009 e ha vinto l’ultima edizione del Premio Fuori dal Mucchio, riservato al migliore esordio del 2009/10. In seguito, l’oggi ventiquattrenne cantante, musicista e songwriter di Faenza ha collezionato una lunga serie di concerti su e giù per il Paese, limitando le uscite alla bella Krieg nella raccolta La leva cantautorale degli anni Zero. Nell’attesa del secondo album, che certo non mancherà di sorprendere, sarà a giorni disponibile un singolo in vinile – cinquecento copie numerate a mano – contenente due brani inediti: l’autografo Venti e tre, 2′ e 22″ di trame rock nervose e abrasive, atmosfere claustrofobiche e parole declamate con carismatica convinzione, e una cover di Venus in furs un po’ addolcita rispetto all’originale dei Velvet Underground ma non per questo privata delle sue arie cupe e malsane. Il disco può essere acquistato a 5 euro più spese di spedizione presso www.simonagretchen.it, o ai banchetti di eventuali , future tappe dal vivo di Simona; il fascino dell’oggetto, accresciuto dalla tiratura molto limitata, suggerisce però di affrettarsi, sempre che non si voglia correre il rischio di doverlo cercare, un domani, su eBay.
[Mucchio, maggio 2011]
Rockit approva, Sentireascoltare stronca
Simona Gretchen è una che la notte dorme poco, immagino. Occhi aperti e soffitto alto, coi panni buttati sulle sedie e spunti di riflessione ovunque. Dopo il riuscito Gretchen pensa troppo forte, esordio tra i più interessanti degli ultimi anni, la giovane cantautrice faentina ritorna con un 7” in edizione limitata. Due canzoni, una per lato, cariche di romanticismo a nervi tesi. La title track è un verso ridondate: la mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve. Ed è tutto qui dentro: il modo profondo di relazionarsi al proprio io, il coraggio per prendere di polso le parole e farne un’equazione perfetta tra piacere e dolore. Inquietudini e tensioni si alimentano in modo continuo, su un cantato-parlato monotono e privo di qualsiasi esercizio di stile autoreferenziale. Piace la naturalezza e la poesia con cui la Gretchen affronta i suoi turbamenti. Piace, soprattutto, la capacità di muoversi in territori oscuri e sofferti ma sempre aperti a spunti di risalita: non c’è mai una chiusura drammatica a nulla, musicalmente come nella scrittura. Il secondo pezzo, a primo acchito un semplice divertissement, si dimostra invece una riuscita e rispettosa cover di Venus in furs dei Velvet Underground. Sezioni ritmiche ridotte al minimo, voce morbida che esplode potente nei ritornelli: I am tired, I am weary, I could sleep for a thousand years. Dopo due canzoni così, aspettare il nuovo disco è un dovere.
Alex Urso
[al link sotto, oltre alla recensione, lo streaming integrale di Venti e tre]
http://www.rockit.it/album/16296/simona-gretchen-venti-e-tre
A due anni dal debutto, Simona Gretchen ci manda un buffetto sotto forma di singolo in vinile 7″. Due le tracce, una Venti e tre che medita con piglio laneganiano (blues rock incalzante, turgido e ingrugnito) sull’età anagrafica indicata dal titolo, e una cover della immarcescibile Venus In Furs. Tutto il buono ed il meno buono lasciato in dote da Gretchen pensa troppo forte trovano conferma: la rocker faentina possiede l’attitudine del caso e la grinta per andare fino in fondo, ma sembra prigioniera di modellini ritagliati nel diario, di un sogno ruggente che non ha spalancato le finestre della cameretta. Cartina di tornasole è il canto, che non smette un attimo di sembrare impostato sulle direttive del gioco di ruolo, finendo con lo smarrirsi in una imitatio senza forza né sostanza. Ed ecco che il raga intossicato dei Velvet Underground si agghinda di suggestioni folk da pub come un alberello di natale, mentre la title track cinguetta inquietudine da rotocalco. Qualcuno prenda in mano la situazione.
Stefano Solventi
http://www.sentireascoltare.com/recensione/8753/simona-gretchen-venti-e-tre.html
“Venti e tre” è recensito su Osservatori Esterni
La Forma: Venti e tre è la nuova uscita della cantautrice faentina Simona Gretchen, già vincitrice del premio Fuori dal Mucchio nel 2010 e autrice di uno degli album di debutto più riusciti e interessanti degli ultimi tempi, quel Gretchen pensa troppo forte incensato da pubblico e critica e già diventato un piccolo caso nel panorama cantautorale nazionale. Venti e tre è un vinile 7”, stampato in 500 copie numerate a mano e candidato a divenire oggetto di culto per i collezionisti e gli amanti tutti dell’underground italiano. Nel caso aveste dubbi, Venti e tre vale quello che costa, anche solo come oggetto.
La Sostanza: sono due le canzoni che illuminano questo 45 giri: l’inedita Venti e tre e la cover di Venus in furs dei Velvet Underground. La prima è una bordata elettrica nervosa e poetica, con la voce della Gretchen a ripetere fino all’ossessione la mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve, su un finale incalzante che dire gasa è dire poco. Il lato B invece è un personalissimo, riuscito e rispettoso omaggio a una band il cui nome è ormai Storia. La Venere in pelliccia della Gretchen è sospesa, ipnotica, minimale quanto disturbata. Uno sfondo di chitarre che sono lamenti, una ritmica appena accennata e la voce che si sdoppia e canta e parla dando linfa nuova a quella che resta una tra canzoni più belle mai scritte. Bastano queste due tracce, arrivate giusto in tempo a placare l’attesa del nuovo disco, per fare di Simona Gretchen sorpresa che diviene conferma.
PS: potete prenotare il disco scrivendo una mail a symodark@libero.it. Il prezzo è di 5 euro più spese di spedizione. Che la carica dei 500 abbia inizio.
Zellux
http://www.osservatoriesterni.it/novita/simona-gretchen-venti-e-tre
intervista su Mescalina, a cura di Annalisa Pruiti Ciarello
Simona Gretchen, la giovanissima cantautrice faentina, in occasione della collaborazione con il progetto di Leva cantautorale, decide di raccontare la sua personalissima esperienza musicale, tra le mille difficoltà che un giovane cantante si appresta ad affrontare per riuscire in qualche modo ad emergere nel panorama musicale italiano, e la speranza di chi crede che i propri sogni possano divenire realtà. Contrapposizioni queste riscontrabili nella sua personalità, una sorta di Dottor Jekyll e Mister Hide, in veste rosa, l’eterno contrasto tra Simona Darchini e Gretchen.
Chi è Simona Darchini? Cosa puoi raccontarci del tuo percorso musicale? Ci sono state delle esperienze che lo hanno particolarmente segnato?
E’ una ventiquattrenne ambigua con i capelli rossi tinti e un brutto naso. Un tipo, però. Ho suonato basso e chitarra in varie band punk e indie, fino a che ho ideato un progetto mio, nel 2008, che è stato – legittimamente – interpretato come cantautorale, anche se spero non si esaurisca in questa dimensione. Credo ogni percorso sia innanzitutto segnato dagli incontri che si fanno. Quello più importante direi sia stato quello con Lorenzo (Montanà); ci presentò Gianluca (Lo Presti) – primo, fra l’altro, a credere in me come autrice; dopo pochi mesi Lorenzo curava la produzione artistica di Gretchen pensa troppo forte, che veniva pubblicato da Disco Dada, la loro (appena nata o quasi) indie label. I maestri migliori son quelli che non devono insegnare niente; basta guardarli all’opera per imparare (o anche solo cogliere) qualcosa. Poi ci sarebbero mille cose e persone che varrebbe la pena citare, ma servirebbe un’intervista intera solo per raccontare a grandi linee l’ultimo anno …
Presentaci in poche righe il tuo progetto musicale.
E’ un’esperienza artistica spero in divenire, di attitudine DIY e fortemente autonoma, ma aperta all’esterno e alla collaborazione con altri artisti. Un esperimento indipendente. Un tiro di dadi o, come direbbero Hicks o Terzani, un giro di giostra.
Coma hai conosciuto il progetto della Leva cantautorale degli anni Zero, e in che modo ti ha coinvolto?
Me ne ha parlato per la prima volta Enrico Deregibus, che mi ha proposto di prendere parte al progetto. L’idea nel suo complesso mi ha piacevolmente colpito; fra l’altro avevo scritto da poco un brano che in quel contesto avrebbe potuto trovare il suo posto.
Secondo te quali sono le caratteristiche della tua canzone scelta per l’appunto per la compilation?
Krieg è un brano che richiama per certi versi le atmosfere di Gretchen pensa troppo forte, ma che sul piano del contenuto guarda decisamente altrove: la rabbia ha lasciato spazio al cinismo e al disincanto, il raziocinio si traduce in sentenza un po’ ironica (una specie di ghigno) e in numeri dispari (e primi). Krieg significa conflitto; volendo semplificare; ma questa è più una analisi che una guerra; forse è una guerra-fredda … ora che mi ci fai pensare.
Cosa ne pensi dunque del progetto, lo vedi come un trampolino di lancio, o come una semplice esperienza?
Lo vedo come un tassello in un mosaico.
Il pubblico attento di Mescalina vorrebbe almeno un nome di un giovane promettente italiano non incluso nel progetto, su cui tu comunque scommetteresti …
Trees of mint.
La Gretchen si definisce una cantautrice?
Bisognerebbe chiederlo a Gretchen. Darchini sta elaborando una mappa mentale sull’argomento.
Che peso ha il cantautorato oggi, ha influenzato il tuo modo di comporre canzoni?
Il cantautorato ha in Italia un peso notevole da molto prima che tutti noi della Leva nascessimo. Non puoi non essere influenzato dai cantautori, se nasci qui o in Francia, per esempio. Credo di capire perfettamente Freak Antoni quando dichiara di detestarli anche un po’, i cantautori, come sono d’accordo con lui quando non si dimentica di aggiungere che fra loro si trovano poeti nei confronti dei quali qualunque attacco appare fuori luogo (se metto tutti i congiuntivi il discorso diventa incomprensibile).
Quali sono i tuoi ascolti che hanno maggiormente ispirato la tua musica?
La domanda è molto aperta; posso dirti qualche ascolto che può aver influenzato Gretchen pensa troppo forte nello specifico … Di sicuro Leonard Cohen, PJ Harvey, Schübert, Nico, Branduardi.
Da cosa nascono i tuoi testi?
Dall’elaborazione del lutto, letterale o metaforico che sia.
Come immagini il tuo ascoltatore tipo?
Non me lo immagino, non ci riesco; però fra chi mi segue ho conosciuto distinti cinquantenni e punk lesbiche con i capelli viola, gente che ascolta classica e altra più affezionata all’hardcore, rompiscatole più o meno adorabili e colti(ssimi) interlocutori. Il mio pubblico non è molto vasto, ma è variegato; e questo mi piace.
Per una giovane cantautrice, vivere di musica oggi in Italia è un’utopia o è possibile?
E’ un’utopia. Perché se sei sola, e in più indipendente o autoprodotta, non ricaverai mai quanto basta a coprire le spese che sostieni per esistere e continuare a pubblicare. E’ possibile, perché questa attività implica spesso una buona dose di follia; e se hai quella a vivere basta poco o nulla. In ogni caso, non ho mai scritto o suonato sperando di vivere di musica. Un artista la cui opera ha lo scopo finale o primario di recuperare denaro non è un artista, è un commerciante. Corruttibile, per di più.
A breve uscirà il tuo singolo: come lo presenteresti ai lettori di Mescalina?
Immaginate Gretchen (piuttosto fuori di sé) che incontra Paolo (Mongardi) degli Zeus! e registra con lui un brano che parla dell’anno appena trascorso – dei suoi Venti e tre anni, appunto. Il tutto con la produzione artistica di Montanà. Sul lato b del sette pollici c’è Venus in furs dei Velvet Underground. Buon ascolto.
Un ringraziamento a nome del pubblico di Mescalina all’estrosa artista romagnola, mai uguale a se stessa. Le etichette non fanno per lei, fuori dalle regole e con tanta voglia di far musica, di mettersi sempre in gioco, mai scendendo a compromessi, e con un’ irrefrenabile voglia di sperimentare cose nuove.
Un grande in bocca al lupo.
di Annalisa Pruiti Ciarello
http://www.mescalina.it/musica/interviste/08/05/2011/simona-gretchen
Copertina su MusicLetter: “Simona Gretchen – Una ragazza in un paese per vecchi”
Non succede tutti i giorni di imbattersi in una giovane cantante di alto spessore artistico. Simona Gretchen rappresenta una significativa eccezione in una scena che purtroppo guarda troppo all’età anagrafica. Qualcuno potrebbe ribadire: è la gavetta bellezza, ma se di gavetta si tratta, Simona sembra avere bruciato molto in fretta tutte le tappe dell’apprendistato e i suoi ventitré anni – ventidue al momento della pubblicazione di quello che per adesso rimane il suo unico disco, Gretchen pensa troppo forte – lo dimostrano in maniera lampante. Buona lettura!
A soli ventidue anni hai pubblicato il tuo disco d’esordio Gretchen pensa troppo forte, ricevendo numerosi apprezzamenti da parte della stampa specializzata e del pubblico indie. Ti aspettavi questo clamore?
No, speravo in qualche buona risposta, ma si è decisamente verificata una situazione che non avevo previsto.
Simona Darchini è il tuo vero nome, perché Gretchen?
Volevo citare Gretchen am Spinnrade, lied di Schübert il cui testo porta la firma di Goethe. Gretchen è una figura femminile che accompagna le vicende del Faust, e che in questo lied diventa protagonista.
Parlami della gestazione del disco.
I brani sono stati scritti nel 2008, in pochi mesi. Solo Alpha Ouverture e Fockus sono entrati nell’album in fase di registrazione (luglio 2009).
Quando hai capito che cantare sarebbe stata la tua strada come hai proceduto per realizzare il tuo sogno?
La mia strada? Magari non è neppure cantare. E’ buffo come appena pubblichi un disco si pensi automaticamente che la tua realtà (artistica e soprattutto non) non ruoti che intorno a questo. E’ una proiezione molto distante dalla realtà, in molti casi. Per risponderti senza andar troppo fuori tema: il punto non è il canto. Certo è che la musica da dieci anni è una costante per me, e che ho suonato in varie band prima che nascesse Gretchen. Stavolta ho voluto aggiungere un tassello: scrivere testi e cantarli io stessa. Ci ho provato. A volte vuoi semplicemente sperimentare una cosa e stare a vedere l’effetto che genera su te e sugli altri. Tutto qui.
I testi sono forti, pensanti, viscerali e talvolta riflessivi, la tua voce arde come un fuoco acceso: da dove scaturisce tanta energia?
Dal fatto che ero appena riemersa dal fondo, in un certo senso. Era un momento insieme di rabbia e lucidità ritrovata.
Gli strumenti che hai usato per le registrazioni sono principalmente chitarre, pianoforte e basso. Non si trovano buoni batteristi in giro?
Non se ne trovano così tanti, ma ce ne sono di straordinari! No, in questo disco non c’è la batteria per un preciso intento: concentrarsi su altri aspetti e lasciare l’aspetto ritmico alle linee di basso o alla declamazione. Questo non è però da prendersi come una sorta di marchio di fabbrica, già nel singolo in uscita a maggio la batteria c’è eccome, e le sonorità sono distanti da quelle di Gretchen pensa troppo forte.
Cos’è per Simona il successo, e quando puoi dire di averlo raggiunto in un paese come il nostro che dal punto di vista musicale dipende dalla diffusione di fatiscenze televisive come Amici?
Esistono livelli diversi di successo. Quello cui posso aspirare io è di nicchia, in ogni caso. E mi sta benissimo. Se gente come me scrive non lo fa certo pensando alla fama (e non sono mai stata povera come ora, tanto per dirne una). Circa le fatiscenze televisive credo siano quel che ci meritiamo. Chi non le merita nello specifico non se ne cura e guarda avanti.
Leggendo le molte recensioni sparse per il web succede sovente di imbattersi nel nome di Cristina Donà o di Ferretti (epoca Fedeli alla linea). Io tirerei in ballo anche Nada. In realtà, quali sono i dischi che hai ascoltato fino alla nausea e la musica con la quale sei cresciuta?
Sono molto più legata a Nada che a Ferretti o a Cristina Donà, per quanto abbia apprezzato molta parte del loro percorso, ma Nada ha qualcosa di speciale. Non è un caso che la citi spesso, insieme a PJ Harvey e Nico, quando mi si chiede dei miei riferimenti al femminile. Dischi che ho ascoltato fino alla nausea sono stati per esempio quelli di Radiohead, Melvins, Leonard Cohen, Sonic Youth, Doors, Patti Smith.
I testi sembrano più maturi dei tuoi vent’anni, come funziona la fase di scrittura e quanto tempo le dedichi?
Fockus l’ho scritta in venti minuti, musica compresa. Altri brani hanno raggiunto una loro stabilità dopo un paio di mesi. Non c’è una risposta a questa domanda: ogni testo ha davvero una storia a sé.
Allora ti faccio una domanda di routine sulla situazione musicale (indipendente) italiana: se si può parlare di scena chi ne fa parte e chi, di conseguenza, ne viene escluso. Quali artisti preferisci?
Critica e pubblico decidono se ne sei parte o meno; ti legittimano o no come artista. Tu non fai altro che presentare la tua lettura della situazione, dei tempi, delle tensioni e dei sentimenti che respiri nell’aria. Mi piacciono molto i live degli Aucan, per esempio, chi osa con ironia come i Mariposa, chi sfoggia perizia tecnica senza mai prendersi troppo sul serio, come gli Zeus!, Enrico Gabrielli, Bologna Violenta. Trovo Grazian un ottimo autore e arrangiatore e trovo che gli Zen Circus e Capovilla siano nati per stare sul palco. Samuel Katarro è talmente avanti per questo paese per vecchi che non è apprezzato un decimo di quanto meriterebbe. C’è molto di buono nella scena indipendente.
Durante la scorsa edizione del Mei ti è stato consegnato il premio Fuori dal Mucchio, riservato al miglior esordio italiano dell’anno. Riconoscimento che in passato è stato assegnato a gruppi che poi sono diventati importanti come, per citarne alcuni, Baustelle, Luci della centrale elettrica e Offlaga Disco Pax. Lo vedi come un buon auspicio?
Si prova una bella sensazione; e sto senza dubbio in buona compagnia. Ma preferisco pensarci il meno possibile e concentrarmi su cosa farò dei miei prossimi dieci minuti.
Dimmi qualcosa dei tuoi concerti, come ti avvicini emotivamente al palco e come reagisce il pubblico?
Il live per me ha un fine fondamentalmente catartico, più riesci a essere fuori da te stesso più forti sono la sensazione e l’effetto che ne derivano. La reazione del pubblico è ovviamente una delle prime concause, quando si raggiunge un buon risultato. Su quella si ha ben poco potere. Ho visto dalle venti persone perplesse alle tre o quattrocento ben sintonizzate. Guai se tutti impazzissero per me, sarebbe un pessimo segno. Quel che cerco di fare è garantire un buono spettacolo in qualsiasi circostanza, indifferentemente dalla risposta della gente o dal mio stato psicofisico.
Ultimamente succede di accendere la tv e vedere artisti apparentemente indissolubili e provenienti dall’underground, come Afterhours o La Crus, calpestare con nonchalance il palco dell’Ariston. Se ti va puoi parlarmi male del Festival e tra dieci minuti cambiare idea e andare a Sanremo.
Io non sono gli Afterhours o La Crus. I quali fanno quel che ritengono più opportuno per loro, immagino.
Passiamo a un’altra domanda. Come organizzi il lavoro con Nicola Manzan, Gianluca Lo Presti e in generale con i tuoi collaboratori e musicisti?
Con Lorenzo Montanà e Gianluca Lo Presti collaboro da un paio d’anni, sono persone con cui spero di continuare a lavorare e di cui mi fido. Nicola Manzan è un musicista che ammiro moltissimo e un amico, ha collaborato agli arrangiamenti di Gretchen pensa troppo forte e nel caso capitassero occasione e possibilità mi farebbe solo felice riaverlo in studio in un prossimo lavoro.
A maggio darai alle stampe un sette pollici contenente un brano inedito intitolato Venti e tre e la cover di Venus in furs. Oltre al suddetto singolo cosa dobbiamo aspettarci in futuro da Simona Gretchen?
O un secondo disco o la lotta armata, al momento mi sembrano le due ipotesi più ragionevoli. Scherzi a parte, torno ora da quattro giorni di pace e buona conversazione sull’isola di Krk (Croazia, ndr), e al momento ho un’unica spinta: apprendere nuove cose e metterle a frutto. Vedrò se sarà possibile farlo anche nella musica. Per ora buon Venti e tre a tutti, esce a metà maggio.
di Jori Cherubini